Che giornata!
Ero lì, nel cesso della palestra della scuola, alle dieci di sera, e mi dicevo: che giornata di merda! Sorridevo, in realtà. Certe esperienze vanno fatte, prima o poi. Magari senza il mal di pancia.
Il mio amico Oscar mi aveva proposto di accompagnarlo a Macchiagodena, in provincia di Isernia, dove la sua ditta austriaca produttrice di materassi l’aveva inviato per fare una dimostrazione e relativa vendita di doghe in legno di faggio regolabili, piumini in fiocco d’oca – non piuma, attenzione – cuscini ortopedici e, ovviamente, materassi su misura in lattice naturale al 100%.
Io accettai di buon grado, ero curioso, come sempre. E poi volevo scoprire se davvero il Molise esistesse, da qualche parte. Ho sempre pensato al Molise come ad un luogo della mente.
In pratica, funzionava così: un agente della ditta chiamava un’associazione, culturale e non, fissava un appuntamento e offriva un certo contributo in contanti esentasse se il presidente dell’associazione avesse garantito la presenza di almeno una quindicina di coppie alla dimostrazione che avrebbe effettuato un agente venditore in un giorno e luogo prestabilito. Sembra un po’ contorto, dovrei essere più chiaro, credo. Dunque: la ditta di materassi ecc ecc faceva lavorare un bel po’ di persone spedendole in tutt’Italia a vendere prodotti a coppie, preferibilmente over 35, riunite in un luogo, soprattutto di sera, e per organizzare questi incontri elargiva donazioni alle associazioni, sia che si vendesse qualcosa, sia che non si vendesse un bel niente. Conveniva a tutti, ecco.
Pare che la cosa avesse successo; in effetti i materassi, le doghe ecc ecc erano di qualità e rivolte ad un pubblico, quello legato alle associazioni, che poteva permettersi una certa spesa.
Il mio amico laureato, esperto di marketing, moderno e di larghe vedute, con una bella presenza e ottime capacità comunicative intuì la bontà nascosta di questo lavoro, del suo insieme. Decise di cominciare qualche mese fa, prima come ricercatore di associazioni, che consisteva nel telefonare e contattare le associazioni, poi come agente venditore diretto, ovvero di fare l’ambulante con il suo bel campionario sempre in macchina e la cravatta blu-elettrico, per presentare il prodotto a degli ignari cercandoli di convincere ad acquistare quanti più prodotti poteva. Con un 10% a prodotto venduto, non era certo il lavoro peggiore della terra, pensava il mio amico. E poi, gli è sempre piaciuto avere a che fare con la gente, esattamente come a me è sempre piaciuto avere a che fare con gli alberi. Sporcano di meno.
Insomma, un giorno sono andato con il mio amico a Macchiagodena per capire, e pentirmene.
Macchiadgodena è un paese ridente, nel senso che ride di chi ci abita, irto a 800 metri sul livello del mare, circondato dagli Appennini e da altri paesini intorno, forse un po’ meno ridenti. Uno si chiama FROSOLONE. Fro-so-lo-ne. Mi mise di buonumore, Frosolone. Un giorno mi farò seppellire a Frosolone, così nessuno verrà a importunarmi. Frosolone. Ci si arriva tuttavia in modo agevole, per strade normali. Il navigatore satellitare, diavoleria moderna, non appena il mio amico ebbe scritto la destinazione espresse le sue perplessità comunicando che quel paese non esisteva affatto. Scherzava, ovviamente. Si passa anche dal paese natale di Padre Pio, Morcone. Cioè, volevo dire San Pio. Secondo me i venditori dovrebbero assumerlo come santo protettore. Se non capite il perché, andrete in paradiso. Che Dio mi protegga! dai santi protettori.
Per strada, oltre cento chilometri venendo da sud, il Nulla. La civiltà aveva sparato anche qui le sue cartucce, certamente, solo che i bersagli non avrebbero mai portato gloria, evidentemente. Per questi posti anonimi, insulsi, perlomeno ai miei occhi (dovete sapere che i posti non bagnati dal mare per me sono privi di significato, Svizzera esclusa: la odierei anche se avesse il mare) mi guardavo bene dall’aspettarmi alcunché. E mi sbagliavo! Poi capirete il perché.
Sono qui apposta.
Arriviamo al paese abbandonando la superstrada dopo vari tornanti, l’aria è freddina e io capisco di aver sbagliato a prendere il giubbotto di pelle. Anche quando l’avevo comprato pensai la stessa cosa, ma mi ci ero affezionato, nel tempo.
«Che paese!» dissi.
«Ci dovrebbe essere un castello, mi hanno detto» disse il mio amico.
Scendemmo dalla macchina, non c’era quasi nessuno, tranne una coppia di ragazzi seduti davanti ad un bar, chiacchieravano ad alta voce ma si fermarono appena passammo a piedi. Alberi spogli e case di pietra. Oltre la valle, gli Appennini imbiancati in cima. Vento. E silenzio, ovunque. Io sorrisi. Com’è diverso un paesino da una città, pensai. In città il silenzio è l’unica, vera cosa che manchi. Forse.
Il castello c’era, piccolo ma comunque imponente. Impalcature e protezioni varie tutt’intorno, era in restauro, probabilmente. Sotto, una farmacia da cartolina. Mi piacciono le cartoline con le farmacie. In vetrina esponeva un prodotto anti-cellulite. A Macchiagodena. Lessi il cartello dei lavori, diceva: “TERMINE DEI LAVORI: MARZO 2011″. Eravamo nell’aprile del 2012, tutto come previsto, allora. Andando via dalla piazza, salutai il castello con una strizzata d’occhio. Mai più ti rivedrò, oh oh.
La palestra della scuola, sede della serata organizzata, era vicina a dove avevamo parcheggiato. Nei paesini trovi sempre parcheggio ovunque. Gente pochissima, Frosolone a pochi chilometri, cominciava a piacermi, anche se non c’era il mare. Il mio amico chiamò al telefono la presidentessa dell’associazione, che venne subito dopo. Arrivò in un fuoristrada niente male. Qui, pensai, devono avere i soldini, e senza ostentarlo. Hai capito ‘sti bifolchi. La signora era grassa e cortese, subito dopo venne anche un altro membro dell’associazione, anch’egli con un fuoristrada nuovo. Scese, aveva una giacca da cowboy, jeans Wrangler e gli stivali. E un orecchino vistoso. Un classico pater familias, pensai. In palestra, intanto, stava per terminare un corso di ballo. Donne di mezza età con gli anni migliori alle spalle e figli davanti al computer uscirono soddisfatte e squadrarono ben bene me e il mio amico, i forestieri. Entrammo, e il mio amico mi disse di cominciare a preparare tutto per bene. Prendemmo le borse dall’auto, con dentro le pesanti doghe, il materasso, il piumino in fiocco d’oca – non piume! -il set di coltelli da regalare, il computer portatile e altre cose necessarie. La sala era grande, il proiettore funzionava e il pannello era grosso e bianco. Avevamo già scordato il gatto nero che era passato davanti a noi, per strada, dopo che magari era da una settimana fermo sul lato destro della strada. Quando si dice segnali premonitori. Le superstizioni popolari hanno sempre ragione. Vi siete mai chiesti perché i gatti neri si presume portino sfortuna e quelli bianchi invece no? Io mi sono dato una risposta alternativa: i gatti bianchi si sporcano facilmente e sono più simili a noi. I gatti neri sembrano sempre uguali. Mi piacciono, i gatti neri.
Mi misi a sistemare un bel po’ di sedie gialle e verdi, di plastica, made in China, ma il mio amico, esperto di marketing, disse di disporle alternando i colori. Mi parve un’ottima idea, gliel’avranno suggerita all’università. Erano circa le otto di sera, le coppie sarebbero arrivate dopo circa mezz’ora. Non fu così, arrivarono quasi tutte dopo le nove. Mangiavano, i macchiagodenesi, e a giudicare dalle trippe e le facce meravigliosamente rubiconde, anche tanto. Non incontrai una che sia una donna o ragazza di bell’aspetto in tutta la serata. Magari stavano tutte a Frosolone, quelle. Una c’era, in realtà, con la manicure e l’aria annoiata. Chissà, magari studiava in città e si trovava lì per caso.
Le coppie cominciarono ad arrivare l’una dietro l’altra, in modo composto, guardingo. Io e Oscar avevamo sistemato il materasso sulle doghe di faggio regolabili, a loro volta su un tavolo, per mettere tutto in bella mostra, al centro. Avevamo sistemato il proiettore e a destra, su un altro tavolo, esposto il piumino in fiocco d’oca – non piume, intesi? – del costo di 1.100€ e del peso di 900 grammi. Accanto, in evidenza, il set di coltelli in omaggio, regalo da estrarre a sorte, peraltro. C’erano anche dei flaconcini contenenti degli olî essenziali, alle erbe.
«Puoi usarli anche per l’aerosol, dopo te ne do uno» disse il mio amico.
«Ah, però, grazie Oscar» dissi.
«Si sta facendo troppo tardi, Riccardo. Andrà per le lunghe, speriamo bene, almeno» disse Oscar, con la cravatta blu-elettrico.
«Ma sì, non pensavo venisse tutta questa gente. Non si era detto quindici coppie?» dissi.
«Sì ma se ne portano venticinque devo fargli un assegno più consistente, a quelli dell’associazione» disse Oscar, un po’ preoccupato.
«Hai capito… Mica scemi» dissi.
«Infatti» disse Oscar.
La serata iniziò ufficialmente. Io mi sistemai dietro a tutti. C’erano una sessantina di persone, di tutte le età. Il mio amico Oscar mi fece notare che la presenza di giovani coppie non era un buon segno per le eventuali vendite. Fu allestito un buffet pieno di dolci, bibite, sul tardi anche le pizze. Cominciai a capirci un po’ meglio, della faccenda.
Oscar prese il puntatore in mano, fece i saluti, sorridendo, in modo brillante e senza particolari accenti. Era padrone della situazione e la gente sembrava presa dal discorso. Il proiettore illuminava la tela bianca con la scritta “LA SALUTE VIEN DORMENDO”.
Io osservavo la gente presente. Tutti calmi, attenti, immobili. Accanto a me, un vecchio con gli occhi iniettati di sangue, curvo, cappello in testa, l’aria di chi ne ha viste troppe o troppo poche, prese il tabacco e le cartine e si rotolò una sigaretta. Sorrisi. Quando sarebbe uscito a fumare gli avrei fatto compagnia.
Oscar parlava di salute, di quanto poco spendiamo per le cose che non si vedono, dedicando molti più sforzi alle cose da mostrare al prossimo, come abbigliamento, automobili, orologi, acconciature ecc ecc. Il discorso, per vendere materassi, partiva da lontano. E’ il marketing, bellezza. Certe cose mica uno le può improvvisare, senza studiarle per bene. In effetti, era come una pièce teatrale imparata a memoria. Ci sapeva fare, Oscar.
Inquietante ma divertente era il plastico della colonna vertebrale che serviva a Oscar per mostrare le posizioni scorrette assunte sugli infimi materassi a molle o lattice artificiale. Un disastro. Mi stavo convincendo a comprare anche io uno di quei bei materassi.
«A te sconto speciale, Riccardo. Anzi, a me lo fanno la metà, in quanto dipendente della Onirich, se vuoi lo ordino e con 400€ ti fai un materasso incredibile» mi aveva detto durante il viaggio.
«Ci penserò, grazie» risposi io.
Dopo mezz’ora circa, il vecchio uscì a fumare e io lo seguii.
«Troppa chiacchiera» disse vedendomi.
Io sorrisi. Aveva ragione. Si mise a fumare riparandosi dal ventaccio freddo. Io me lo presi tutto. Non disse più nulla e rientrò. Buttai il mozzicone senza spegnerlo e rientrai anch’io. Le sigarette moderne si spengono più facilmente, oggi, per evitare gli incendi.
Mi sedetti e Oscar continuava ad evidenziare, tra una battuta e un intervento del pubblico, in verità poco partecipe, i vantaggi provenienti da una buona dormita su un materasso in lattice al 100% della Onirich. Era davvero convincente, lo ammetto.
Poi, venne il mal di pancia. Forte, fortissimo. Mi alzai, diretto verso il bagno, tutti gli occhi addosso. Il bagno era alle spalle di Oscar ma in un’altra stanza, ovviamente. Sospirai. Era un po’ sporco e non c’era molta carta igienica ma io ho sempre dei fazzoletti di carta con me. Servono in molte situazioni, i fazzolettini, non è vero? Feci una bella cacata, pensai di aver lasciato per sempre una mia testimonianza in Molise. Tutto soddisfatto mi pulii, mi sistemai e mi lavai le mani. Ero nuovamente pronto a seguire Oscar!
Rasserenato, attraversai la sala e ripresi il mio posto. Chissà se qualcuno aveva intuito della mia cacata, pensai. Effetti del marketing.
Oscar iniziò ad andare al sodo dopo un’ora e mezzo, verso le undici, con i prezzi, i metodi di pagamento ecc. Avvertii un mormorio tra i presenti, quando apparve la cifra “2.170 €”, che dopo poco divenne solo per questa sera “1.670 €”. Tale cifra permetteva di avere un cuscino anatomico in lattice naturale al 100%, materasso in lattice naturale al 100%, doghe regolabili in legno di faggio motorizzate con telecomando e copri-materasso in omaggio. Una buona offerta, diciamolo. Il brevetto era austriaco, gente seria, che conosce le cose importanti della vita e vuole condividerle con il prossimo, anche qui a Macchiagodena, Isernia, Molise, Italia.
Poi, Oscar diede inizio alle contrattazioni, invitando la gente a rifocillarsi con pizze, dolci, bibite gassate e altre leccornie macrobiotiche.
I primi ad avvicinarsi al mio amico furono un marito e una moglie sulla trentina. Mi avvicinai, ma non troppo, ero curioso. Strizzai l’occhio a Oscar. Facevo il tifo per lui, sia chiaro. Venire fin qui senza guadagnarci niente sarebbe stata una beffa totale. Sarebbe.
Ebbi un colpo di fulmine, se così si può dire, per la faccia del marito: tonda, guance rosse, occhiali all’ultima moda davanti ad occhi enormi, inespressivi, pochi capelli dritti, un sorriso beato e beota, il ritratto della salute, della spensieratezza, in senso ampio; quel volto rubizzo evocava chili di pastasciutta e braciole di maiale, tifo sfrenato per la Juventus, simpatie di destra, ammirazione per la Mercedes e per compaesani analfabeti morti in guerra, forse la seconda! Ero estasiato. Avrei pagato per avere una sola volta, in vita mia, quell’espressione. Che Dio lo conservi! La moglie era più anonima, e meno convinta del marito sull’acquisto. Stettero in piedi venti minuti di fronte ad Oscar, con la sua infinita pazienza spiegò più volte ogni rateizzazione possibile fino a quarantotto mensilità e interessi minimi! Poi venne il turno di due vecchi rimbambiti che mi fissarono a lungo, convinti magari che li avrei rapinati, dopo. Io gironzolavo per la sala, tutti vicino al buffet mangiavano di gusto, con le loro belle pance paesane! Questa sì che è vita, pensai. Dopo i vecchi, Oscar stette per una mezz’ora a confabulare con un’altra coppia, non si capacitavano del fatto che le rateizzazioni crescessero di dodici in dodici, proprio come i mesi dell’anno!
Alla fine, quando in molti se n’erano andati, mi avvicinai al buffet. Presi dei rustici, della Coca-Cola, dei dolci. Avevo fame, tanta fame, tutte quelle facce mi avevano messo appetito. Ero sorridente. Speravo di aver portato fortuna al mio amico Oscar.
Intanto, lui stava parlando con un tizio, una faccia antipatica salutata prima, un rompicoglioni. Mi avvicinai per sentire cosa si stessero dicendo.
«Se me lo fai 2.800 € lo prendo e te lo pago in contanti» disse il tizio.
«Ma non posso, non dipende da me, il prezzo è fisso» disse Oscar.
«Quanto ci guadagni? 1.000 €? Io sto nel commercio, lo so come funzionano certe cose» disse il tizio.
«Mi sa di no» disse Oscar, che cominciava ad avere le palle piene. Aveva una pazienza quasi infinita. Quasi. Lo ammiravo sinceramente.
Capì che non era andata benissimo. Lui me lo confermò. Aveva venduto solo due cuscini anatomici, ai vecchi. Io rimasi comunque sorpreso, le due coppie più giovani mi erano sembrate piuttosto interessate ai prodotti.
«Quelli non avevano una lira» disse Oscar.
«Ah sì?» dissi io, dispiaciuto.
Mai nessuno dirà, anche tra cento anni, non avevano un euro.
Dopo poco, in sala non rimanemmo che io, Oscar e i due membri dell’associazione, che aspettavano l’assegno. Venticinque e più coppie, gli spettava una bella sommetta, circa 500 €. Oscar era contrariato, stanco e amareggiato. Non aveva guadagnato granché, non gli avevo portato fortuna.
Sistemammo tutto in macchina, verso mezzanotte. Oscar lasciò l’assegno celando il suo vero stato d’animo e tentando di vendere qualcosa ai due membri, millantando uno sconto speciale. Il marketing serve anche a millantare, non l’avrei mai detto. L’invito cadde nel vuoto. Era ora di tornare a casa, due ore per strade buie. E come al solito, chi si crede furbo alla fine se lo prende sempre nel didietro. Ergonomicamente.