I materassi di Macchiagodena – Un racconto popolare sul marketing

Che giornata!
Ero lì, nel cesso della palestra della scuola, alle dieci di sera, e mi dicevo: che giornata di merda! Sorridevo, in realtà. Certe esperienze vanno fatte, prima o poi. Magari senza il mal di pancia.
Il mio amico Oscar mi aveva proposto di accompagnarlo a Macchiagodena, in provincia di Isernia, dove la sua ditta austriaca produttrice di materassi l’aveva inviato per fare una dimostrazione e relativa vendita di doghe in legno di faggio regolabili, piumini in fiocco d’oca – non piuma, attenzione – cuscini ortopedici e, ovviamente, materassi su misura in lattice naturale al 100%.
Io accettai di buon grado, ero curioso, come sempre. E poi volevo scoprire se davvero il Molise esistesse, da qualche parte. Ho sempre pensato al Molise come ad un luogo della mente.
In pratica, funzionava così: un agente della ditta chiamava un’associazione, culturale e non, fissava un appuntamento e offriva un certo contributo in contanti esentasse se il presidente dell’associazione avesse garantito la presenza di almeno una quindicina di coppie alla dimostrazione che avrebbe effettuato un agente venditore in un giorno e luogo prestabilito. Sembra un po’ contorto, dovrei essere più chiaro, credo. Dunque: la ditta di materassi ecc ecc faceva lavorare un bel po’ di persone spedendole in tutt’Italia a vendere prodotti a coppie, preferibilmente over 35, riunite in un luogo, soprattutto di sera, e per organizzare questi incontri elargiva donazioni alle associazioni, sia che si vendesse qualcosa, sia che non si vendesse un bel niente. Conveniva a tutti, ecco.
Pare che la cosa avesse successo; in effetti i materassi, le doghe ecc ecc erano di qualità e rivolte ad un pubblico, quello legato alle associazioni, che poteva permettersi una certa spesa.
Il mio amico laureato, esperto di marketing, moderno e di larghe vedute, con una bella presenza e ottime capacità comunicative intuì la bontà nascosta di questo lavoro, del suo insieme. Decise di cominciare qualche mese fa, prima come ricercatore di associazioni, che consisteva nel telefonare e contattare le associazioni, poi come agente venditore diretto, ovvero di fare l’ambulante con il suo bel campionario sempre in macchina e la cravatta blu-elettrico, per presentare il prodotto a degli ignari cercandoli di convincere ad acquistare quanti più prodotti poteva. Con un 10% a prodotto venduto, non era certo il lavoro peggiore della terra, pensava il mio amico. E poi, gli è sempre piaciuto avere a che fare con la gente, esattamente come a me è sempre piaciuto avere a che fare con gli alberi. Sporcano di meno.
Insomma, un giorno sono andato con il mio amico a Macchiagodena per capire, e pentirmene.

Macchiadgodena è un paese ridente, nel senso che ride di chi ci abita, irto a 800 metri sul livello del mare, circondato dagli Appennini e da altri paesini intorno, forse un po’ meno ridenti. Uno si chiama FROSOLONE. Fro-so-lo-ne. Mi mise di buonumore, Frosolone. Un giorno mi farò seppellire a Frosolone, così nessuno verrà a importunarmi. Frosolone. Ci si arriva tuttavia in modo agevole, per strade normali. Il navigatore satellitare, diavoleria moderna, non appena il mio amico ebbe scritto la destinazione espresse le sue perplessità comunicando che quel paese non esisteva affatto. Scherzava, ovviamente. Si passa anche dal paese natale di Padre Pio, Morcone. Cioè, volevo dire San Pio. Secondo me i venditori dovrebbero assumerlo come santo protettore. Se non capite il perché, andrete in paradiso. Che Dio mi protegga! dai santi protettori.
Per strada, oltre cento chilometri venendo da sud, il Nulla. La civiltà aveva sparato anche qui le sue cartucce, certamente, solo che i bersagli non avrebbero mai portato gloria, evidentemente. Per questi posti anonimi, insulsi, perlomeno ai miei occhi (dovete sapere che i posti non bagnati dal mare per me sono privi di significato, Svizzera esclusa: la odierei anche se avesse il mare) mi guardavo bene dall’aspettarmi alcunché. E mi sbagliavo! Poi capirete il perché.
Sono qui apposta.
Arriviamo al paese abbandonando la superstrada dopo vari tornanti, l’aria è freddina e io capisco di aver sbagliato a prendere il giubbotto di pelle. Anche quando l’avevo comprato pensai la stessa cosa, ma mi ci ero affezionato, nel tempo.
«Che paese!» dissi.
«Ci dovrebbe essere un castello, mi hanno detto» disse il mio amico.
Scendemmo dalla macchina, non c’era quasi nessuno, tranne una coppia di ragazzi seduti davanti ad un bar, chiacchieravano ad alta voce ma si fermarono appena passammo a piedi. Alberi spogli e case di pietra. Oltre la valle, gli Appennini imbiancati in cima. Vento. E silenzio, ovunque. Io sorrisi. Com’è diverso un paesino da una città, pensai. In città il silenzio è l’unica, vera cosa che manchi. Forse.
Il castello c’era, piccolo ma comunque imponente. Impalcature e protezioni varie tutt’intorno, era in restauro, probabilmente. Sotto, una farmacia da cartolina. Mi piacciono le cartoline con le farmacie. In vetrina esponeva un prodotto anti-cellulite. A Macchiagodena. Lessi il cartello dei lavori, diceva: “TERMINE DEI LAVORI: MARZO 2011″. Eravamo nell’aprile del 2012, tutto come previsto, allora. Andando via dalla piazza, salutai il castello con una strizzata d’occhio. Mai più ti rivedrò, oh oh.
La palestra della scuola, sede della serata organizzata, era vicina a dove avevamo parcheggiato. Nei paesini trovi sempre parcheggio ovunque. Gente pochissima, Frosolone a pochi chilometri, cominciava a piacermi, anche se non c’era il mare. Il mio amico chiamò al telefono la presidentessa dell’associazione, che venne subito dopo. Arrivò in un fuoristrada niente male. Qui, pensai, devono avere i soldini, e senza ostentarlo. Hai capito ‘sti bifolchi. La signora era grassa e cortese, subito dopo venne anche un altro membro dell’associazione, anch’egli con un fuoristrada nuovo. Scese, aveva una giacca da cowboy, jeans Wrangler e gli stivali. E un orecchino vistoso. Un classico pater familias, pensai. In palestra, intanto, stava per terminare un corso di ballo. Donne di mezza età con gli anni migliori alle spalle e figli davanti al computer uscirono soddisfatte e squadrarono ben bene me e il mio amico, i forestieri. Entrammo, e il mio amico mi disse di cominciare a preparare tutto per bene. Prendemmo le borse dall’auto, con dentro le pesanti doghe, il materasso, il piumino in fiocco d’oca – non piume! -il set di coltelli da regalare, il computer portatile e altre cose necessarie. La sala era grande, il proiettore funzionava e il pannello era grosso e bianco. Avevamo già scordato il gatto nero che era passato davanti a noi, per strada, dopo che magari era da una settimana fermo sul lato destro della strada. Quando si dice segnali premonitori. Le superstizioni popolari hanno sempre ragione. Vi siete mai chiesti perché i gatti neri si presume portino sfortuna e quelli bianchi invece no? Io mi sono dato una risposta alternativa: i gatti bianchi si sporcano facilmente e sono più simili a noi. I gatti neri sembrano sempre uguali. Mi piacciono, i gatti neri.
Mi misi a sistemare un bel po’ di sedie gialle e verdi, di plastica, made in China, ma il mio amico, esperto di marketing, disse di disporle alternando i colori. Mi parve un’ottima idea, gliel’avranno suggerita all’università. Erano circa le otto di sera, le coppie sarebbero arrivate dopo circa mezz’ora. Non fu così, arrivarono quasi tutte dopo le nove. Mangiavano, i macchiagodenesi, e a giudicare dalle trippe e le facce meravigliosamente rubiconde, anche tanto. Non incontrai una che sia una donna o ragazza di bell’aspetto in tutta la serata. Magari stavano tutte a Frosolone, quelle. Una c’era, in realtà, con la manicure e l’aria annoiata. Chissà, magari studiava in città e si trovava lì per caso.
Le coppie cominciarono ad arrivare l’una dietro l’altra, in modo composto, guardingo. Io e Oscar avevamo sistemato il materasso sulle doghe di faggio regolabili, a loro volta su un tavolo, per mettere tutto in bella mostra, al centro. Avevamo sistemato il proiettore e a destra, su un altro tavolo, esposto il piumino in fiocco d’oca – non piume, intesi? – del costo di 1.100€ e del peso di 900 grammi. Accanto, in evidenza, il set di coltelli in omaggio, regalo da estrarre a sorte, peraltro. C’erano anche dei flaconcini contenenti degli olî essenziali, alle erbe.
«Puoi usarli anche per l’aerosol, dopo te ne do uno» disse il mio amico.
«Ah, però, grazie Oscar» dissi.
«Si sta facendo troppo tardi, Riccardo. Andrà per le lunghe, speriamo bene, almeno» disse Oscar, con la cravatta blu-elettrico.
«Ma sì, non pensavo venisse tutta questa gente. Non si era detto quindici coppie?» dissi.
«Sì ma se ne portano venticinque devo fargli un assegno più consistente, a quelli dell’associazione» disse Oscar, un po’ preoccupato.
«Hai capito… Mica scemi» dissi.
«Infatti» disse Oscar.

La serata iniziò ufficialmente. Io mi sistemai dietro a tutti. C’erano una sessantina di persone, di tutte le età. Il mio amico Oscar mi fece notare che la presenza di giovani coppie non era un buon segno per le eventuali vendite. Fu allestito un buffet pieno di dolci, bibite, sul tardi anche le pizze. Cominciai a capirci un po’ meglio, della faccenda.
Oscar prese il puntatore in mano, fece i saluti, sorridendo, in modo brillante e senza particolari accenti. Era padrone della situazione e la gente sembrava presa dal discorso. Il proiettore illuminava la tela bianca con la scritta “LA SALUTE VIEN DORMENDO”.
Io osservavo la gente presente. Tutti calmi, attenti, immobili. Accanto a me, un vecchio con gli occhi iniettati di sangue, curvo, cappello in testa, l’aria di chi ne ha viste troppe o troppo poche, prese il tabacco e le cartine e si rotolò una sigaretta. Sorrisi. Quando sarebbe uscito a fumare gli avrei fatto compagnia.
Oscar parlava di salute, di quanto poco spendiamo per le cose che non si vedono, dedicando molti più sforzi alle cose da mostrare al prossimo, come abbigliamento, automobili, orologi, acconciature ecc ecc. Il discorso, per vendere materassi, partiva da lontano. E’ il marketing, bellezza. Certe cose mica uno le può improvvisare, senza studiarle per bene. In effetti, era come una pièce teatrale imparata a memoria. Ci sapeva fare, Oscar.
Inquietante ma divertente era il plastico della colonna vertebrale che serviva a Oscar per mostrare le posizioni scorrette assunte sugli infimi materassi a molle o lattice artificiale. Un disastro. Mi stavo convincendo a comprare anche io uno di quei bei materassi.
«A te sconto speciale, Riccardo. Anzi, a me lo fanno la metà, in quanto dipendente della Onirich, se vuoi lo ordino e con 400€ ti fai un materasso incredibile» mi aveva detto durante il viaggio.
«Ci penserò, grazie» risposi io.
Dopo mezz’ora circa, il vecchio uscì a fumare e io lo seguii.
«Troppa chiacchiera» disse vedendomi.
Io sorrisi. Aveva ragione. Si mise a fumare riparandosi dal ventaccio freddo. Io me lo presi tutto. Non disse più nulla e rientrò. Buttai il mozzicone senza spegnerlo e rientrai anch’io. Le sigarette moderne si spengono più facilmente, oggi, per evitare gli incendi.
Mi sedetti e Oscar continuava ad evidenziare, tra una battuta e un intervento del pubblico, in verità poco partecipe, i vantaggi provenienti da una buona dormita su un materasso in lattice al 100% della Onirich. Era davvero convincente, lo ammetto.
Poi, venne il mal di pancia. Forte, fortissimo. Mi alzai, diretto verso il bagno, tutti gli occhi addosso. Il bagno era alle spalle di Oscar ma in un’altra stanza, ovviamente. Sospirai. Era un po’ sporco e non c’era molta carta igienica ma io ho sempre dei fazzoletti di carta con me. Servono in molte situazioni, i fazzolettini, non è vero? Feci una bella cacata, pensai di aver lasciato per sempre una mia testimonianza in Molise. Tutto soddisfatto mi pulii, mi sistemai e mi lavai le mani. Ero nuovamente pronto a seguire Oscar!
Rasserenato, attraversai la sala e ripresi il mio posto. Chissà se qualcuno aveva intuito della mia cacata, pensai. Effetti del marketing.
Oscar iniziò ad andare al sodo dopo un’ora e mezzo, verso le undici, con i prezzi, i metodi di pagamento ecc. Avvertii un mormorio tra i presenti, quando apparve la cifra “2.170 €”, che dopo poco divenne solo per questa sera “1.670 €”. Tale cifra permetteva di avere un cuscino anatomico in lattice naturale al 100%, materasso in lattice naturale al 100%, doghe regolabili in legno di faggio motorizzate con telecomando e copri-materasso in omaggio. Una buona offerta, diciamolo. Il brevetto era austriaco, gente seria, che conosce le cose importanti della vita e vuole condividerle con il prossimo, anche qui a Macchiagodena, Isernia, Molise, Italia.
Poi, Oscar diede inizio alle contrattazioni, invitando la gente a rifocillarsi con pizze, dolci, bibite gassate e altre leccornie macrobiotiche.
I primi ad avvicinarsi al mio amico furono un marito e una moglie sulla trentina. Mi avvicinai, ma non troppo, ero curioso. Strizzai l’occhio a Oscar. Facevo il tifo per lui, sia chiaro. Venire fin qui senza guadagnarci niente sarebbe stata una beffa totale. Sarebbe.
Ebbi un colpo di fulmine, se così si può dire, per la faccia del marito: tonda, guance rosse, occhiali all’ultima moda davanti ad occhi enormi, inespressivi, pochi capelli dritti, un sorriso beato e beota, il ritratto della salute, della spensieratezza, in senso ampio; quel volto rubizzo evocava chili di pastasciutta e braciole di maiale, tifo sfrenato per la Juventus, simpatie di destra, ammirazione per la Mercedes e per compaesani analfabeti morti in guerra, forse la seconda! Ero estasiato. Avrei pagato per avere una sola volta, in vita mia, quell’espressione. Che Dio lo conservi! La moglie era più anonima, e meno convinta del marito sull’acquisto. Stettero in piedi venti minuti di fronte ad Oscar, con la sua infinita pazienza spiegò più volte ogni rateizzazione possibile fino a quarantotto mensilità e interessi minimi! Poi venne il turno di due vecchi rimbambiti che mi fissarono a lungo, convinti magari che li avrei rapinati, dopo. Io gironzolavo per la sala, tutti vicino al buffet mangiavano di gusto, con le loro belle pance paesane! Questa sì che è vita, pensai. Dopo i vecchi, Oscar stette per una mezz’ora a confabulare con un’altra coppia, non si capacitavano del fatto che le rateizzazioni crescessero di dodici in dodici, proprio come i mesi dell’anno!
Alla fine, quando in molti se n’erano andati, mi avvicinai al buffet. Presi dei rustici, della Coca-Cola, dei dolci. Avevo fame, tanta fame, tutte quelle facce mi avevano messo appetito. Ero sorridente. Speravo di aver portato fortuna al mio amico Oscar.
Intanto, lui stava parlando con un tizio, una faccia antipatica salutata prima, un rompicoglioni. Mi avvicinai per sentire cosa si stessero dicendo.
«Se me lo fai 2.800 € lo prendo e te lo pago in contanti» disse il tizio.
«Ma non posso, non dipende da me, il prezzo è fisso» disse Oscar.
«Quanto ci guadagni? 1.000 €? Io sto nel commercio, lo so come funzionano certe cose» disse il tizio.
«Mi sa di no» disse Oscar, che cominciava ad avere le palle piene. Aveva una pazienza quasi infinita. Quasi. Lo ammiravo sinceramente.
Capì che non era andata benissimo. Lui me lo confermò. Aveva venduto solo due cuscini anatomici, ai vecchi. Io rimasi comunque sorpreso, le due coppie più giovani mi erano sembrate piuttosto interessate ai prodotti.
«Quelli non avevano una lira» disse Oscar.
«Ah sì?» dissi io, dispiaciuto.
Mai nessuno dirà, anche tra cento anni, non avevano un euro.
Dopo poco, in sala non rimanemmo che io, Oscar e i due membri dell’associazione, che aspettavano l’assegno. Venticinque e più coppie, gli spettava una bella sommetta, circa 500 €. Oscar era contrariato, stanco e amareggiato. Non aveva guadagnato granché, non gli avevo portato fortuna.
Sistemammo tutto in macchina, verso mezzanotte. Oscar lasciò l’assegno celando il suo vero stato d’animo e tentando di vendere qualcosa ai due membri, millantando uno sconto speciale. Il marketing serve anche a millantare, non l’avrei mai detto. L’invito cadde nel vuoto. Era ora di tornare a casa, due ore per strade buie. E come al solito, chi si crede furbo alla fine se lo prende sempre nel didietro. Ergonomicamente.

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Ma le pecore no

1958

Un viandante si fermò ad osservare due uomini spuntati dopo una curva in direzione contraria, sul sentiero che portava alla vetta della montagna. L’uomo era un pastore, e in quelle zone era piuttosto raro incontrare qualcuno. Quei due, per giunta, avevano l’aria dei forestieri. Man mano che si avvicinavano, poté scorgere il loro vestiario, tutt’altro che spartano; di certo non gli sembravano cacciatori o cercatori di funghi. Erano entrambi alti e con un portamento cittadino, avanti con gli anni, indossavano dei panama uguali, sembravano camminare stando sempre attenti a dove mettevano i piedi, quasi ad ogni passo. Decise di aspettarli, rotolandosi una sigaretta.
L’estate era alle porte, il buon uomo pensò che si trattasse di gente venuta a fare una scampagnata. Ogni tanto qualcuno veniva fin quassù, d’estate soprattutto, a volte si poteva perdere l’orientamento e gli era capitato di dover dare una mano alla ricerca dei dispersi. Pochi giù al paesino conoscevano queste zone quanto lui, e suo padre prima di lui.
Sentì le voci dei due uomini, impegnati in un’accesa discussione. Uno parlava un italiano privo di inflessioni dialettali, l’altro gli parve subito straniero, parlava in italiano misto ad altre parole che il pastore non riconobbe essere in inglese. Il pastore s’incuriosì, aspirando a pieni polmoni la sua sigaretta fatta a mano.
I due forestieri presi dalla conversazione non si accorsero del pastore in strada, fin quando se lo trovarono davanti, a pochi metri. Si fermarono per chiedere informazioni.
«Salute» disse l’italiano.
L’altro fece un mezzo sorriso e un cenno col capo.
«Salute» rispose il pastore.
L’italiano intuì subito di trovarsi di fronte ad una persona del posto, adeguandosi ad un certo linguaggio.
«Sentite, gentilmente, potete dirci se per questo sentiero si arriva alla Grotta del Diavolo?» chiese l’italiano.
Il pastore fece un’espressione di stupore, oramai nessuno più passava da queste parti per andare a visitare la grotta, tranne qualche ragazzino curioso di queste parti.
«Sì, si passa da qua» rispose il pastore.
I due si guardarono come per dire ce l’abbiamo fatta.
«Grazie – proseguì l’italiano – andiamo al santuario per fare delle ricerche. Siamo due archeologi in pensione, abbiamo tempo da perdere, eh eh!»
Il pastore sembrò insospettito. «Quelli che fanno le case?» chiese.
«No no, architetti, quelli fanno le case. Noi archeologi cerchiamo cose vecchie,  perlopiù» rispose l’italiano, sorridendo.
«E che ve ne fate?» rispose il pastore, sentendosi come preso in giro.
«Niente, le scopriamo e le valorizziamo» rispose l’archeologo italiano, alzando l’indice della mano destra e chiudendo gli occhi.
«Ah, ve le vendete?» disse il pastore, che non capiva bene.
«No, per carità di Dio, è reato. Le diamo ai musei, apriamo scavi, ci scriviamo libri. Insomma, le cose vecchie danno da mangiare a tanta gente» disse l’archeologo. Gli piaceva utilizzare queste espressioni, per farsi capire.
«Come le pecore» sorrise il pastore.
«Sì… Arrivederci, arrivederci» rispose l’archeologo. Non gli piaceva subire l’ironia altrui.
Il pastore buttò il mozzicone della sigaretta a terra, la calpestò e bevve un sorso d’acqua da una borraccia. Proseguì, un po’ turbato, un po’ divertito, poi sputò e si voltò: i due archeologi continuavano a discutere e a guardare per terra mentre salivano.

 

1986

«Cristo, ma cosa vogliono ancora?» disse il geometra Limbratti.
«Pare che l’area proprio non si può ridurre in quel punto. La necropoli etrusca, dicono, è più estesa di quel che si credeva un tempo» rispose l’assessore.
«Dicono sempre disoccupazione di qua, disoccupazione di là e poi mi bloccano tutto, ma come intendono mandare avanti questo paese? Ma chi se ne frega delle necropoli! Cristo, preferiscono i morti, anziché dar da mangiare ai vivi?» disse Limbratti, paonazzo.
«Eh dottore mio, ha ragione, ha ragione. Il mondo va avanti mentre l’Italia pensa ancora alle tombe!» disse l’assessore.
«Il progetto è pronto, una stazione sciistica come non ce ne sono neanche a Cortina! Abbiamo finanziatori e appoggi, insomma, tutto, tutto. E poi, cristodiddio, duecento posti di lavoro! Duecento posti di lavoro! – gridava Limbratti – banda di pecorai!»
Dall’arrivo dei due archeologi nel paesino situato sugli Appennini, nel lontano 1958, avvennero molte cose. I due scoprirono che nella Grotta del Diavolo vi erano molte testimonianze della civiltà etrusca, completamente ignorate a quel tempo. Pur con le solite lentezze burocratiche, negli anni la zona fu delimitata e protetta, furono aperti degli scavi, dove persino alcuni ministri si recarono di persona a verificare l’andamento dei lavori. L’area era di circa otto ettari di terreno, uno spazio che avrebbe richiesto molto tempo e accortezza per essere setacciato al meglio.
La vita, giù al paesino, non era tuttavia cambiata molto. Aprì una piccola, dignitosa pensione, un albergo e un negozio di souvenir, più un paio di ristoranti tipici. Agli inizi degli anni settanta fu inaugurato un museo piuttosto rozzo, tirato su alla buona, ma ricco di oggetti e testimonianze rinvenute dall’area circostante. Il comune ebbe un lieve incremento demografico, ma niente di particolarmente invasivo. Pur essendo un sito di rilevante importanza, per la notevole  conservazione delle tombe ipogee, tutte costruite sotto terra, con cunicoli, affreschi e urne di grande valore, i visitatori non erano che circa duemila all’anno.
Da circa una decina d’anni, però, la zona riceveva sempre più attenzioni da parte di costruttori e imprenditori, non solo del luogo. Persone come il geometra Limbratti, con la sua idea della stazione sciistica che si scontrava con le intenzioni della Soprintendenza dei Beni Archeologici, fermamente decisa a difendere l’area dagli appetiti degli speculatori.

 

2012

La siccità estiva quest’anno ha provocato numerosi incendi, da queste parti. I Canadair hanno lavorato senza sosta tra luglio e agosto. Abbiamo molte colline annerite, non è un bel vedere. Persino lassù, in montagna, dove c’è la stazione sciistica mezza abbandonata, c’è stato un incendio di quelli grossi. La gente mormora che siano stati direttamente quelli della Protezione Civile ad appiccare gli incendi, per poi alzarsi in volo e andare a spegnerli, per farsi pagare. Boh, io non ci credo molto. Qui tra tagli e casini vari non si capisce più niente. Mio nonno mi raccontava quando ero ragazzino che c’erano tanti pascoli e tanti pastori, un tempo. Poi arrivarono quei due, come diceva il nonno, e tutto cambiò. Nel momento in cui venne tanta gente da fuori, per gli scavi, al paese finì la tranquillità. Poi si ingrandì, costruirono la stazione sciistica, che ogni anno era a secco di neve e sempre meno gente ci veniva, anche perché a ***** ne hanno aperta un’altra, a dieci chilometri da qui, si sono attrezzati meglio, poi lì c’è tutto, il cinema, i centri commerciali, i negozi, la piscina eccetera. Come dice anche mio padre, non ne hanno fatta una giusta.
Io devo dire che molti paesini, in tutta Italia, hanno una storia simile. Poi, c’è stato il terremoto del 1994, me lo ricordo ancora bene, che ha abbattuto parecchie tombe etrusche, lassù, nonché il museo, già mezzo disastrato, dove fu scoperto un sacco di amianto. Apriti cielo! la notizia si è sparsa in fretta, e per anni non ci sono stati visitatori. Ora la situazione è un po’ migliorata, ma neanche tanto. Come direbbe il mio professore, si partiva per vedere delle tombe e si trovavano delle rovine. Che peccato, zio Franco perse pure il posto, e se ne dovette andare a lavorare a Torino. Cosa che mi sa toccherà anche a me. Beh, l’avevo messo in conto, a dirla tutta. All’università ho scelto Beni Culturali non a caso, che diamine, sono di qui, è da quando sono nato che sento parlare di etruschi, tombe, scavi. Mio padre al comune ha un amico, e se l’amministrazione non cade potrei vedere di lavorare proprio qui. Sempre che mi prenda questa laurea per tempo.
Male che vada, chissà, potrei aprirmi un agriturismo. Vanno tanto di moda, oggi. Un agriturismo con i pannelli solari, internet gratuito, i cavalli… Abbiamo tanto terreno incolto, aspettiamo che ce lo rendano edificabile, togliamo gli ulivi, non tutti sia chiaro, e via. Un po’ di soldi li abbiamo, anche grazie al nonno, che lavorava e risparmiava, possa stare in paradiso! Magari anche una piscina, perché no? Mamma dice che dovrei anche tirar su un allevamento, ma le pecore come a mio nonno non ce la farei a tenerle, puzzano troppo!

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La vita che scrive la vita

«Non ci capisco più niente…» disse il padre. Si era svegliato nel cuore della notte, aveva un’aria confusa, sofferente.
«Non si capisce più niente» continuò.
La figlia era in cucina, accanto al camino acceso. Andava a dormire molto tardi quando le veniva voglia di scrivere.
«Papà, cos’hai? Ti senti bene?» chiese la figlia, preoccupata.
«Mah, un po’ di mal di stomaco… Non ci capisco più niente» disse il padre.
«Vuoi che ti faccia qualcosa di caldo, che so, un tè, una tisana?» gli chiese la figlia, che si sentiva in colpa per essersi fatta trovare in piedi a quell’ora.
«No…» mormorò il padre. Bevve un bicchiere d’acqua tutto d’un fiato. Chiuse gli occhi. Sembrava davvero sofferente, sì.
La figlia trovò strano che il padre dicesse non ci capisco più niente. Di solito non si abbandonava mai a particolari riflessioni, perlomeno non ad alta voce. Le sue idee se le teneva dentro. Più passavano gli anni, meno parlava. Le parole invecchiano dentro di noi, mai con noi. Subiscono un processo d’invecchiamento a parte, per conto loro.
La figlia possedeva una certa sensibilità, ed era molto legata a suo padre.
«Non ho mai capito niente…» disse il padre.

«Hai sentito che è successo al centro commerciale, qualche giorno fa?» disse Renato alla sua ragazza, Gina.
«Una cosa da non crederci, guarda. Me l’ha detto Corrado…» continuò Renato.
«Quello sa sempre i fattacci di tutti, lui e sua sorella. Che cos’è, dai, sentiamo» disse Gina, con l’aria indifferente, ma solo esteriormente.
«Allora, pare che ieri una donna era andata con il marito e il figlio nel passeggino, sai no, come fanno tutti, al centro commerciale di sabato pomeriggio. ‘Sta donna ha detto al marito che doveva andare in bagno e li ha lasciati abbastanza lontano dai bagni. Ma la donna non è andata a fare la pipì, è salita con l’ascensore al secondo piano, dove ci stanno gli uffici amministrativi. S’era messa d’accordo con una guardia giurata, si sono incontrati in un bagno riservato, e lì si sono messi a scopare! Capisci?» disse Renato, ancora meravigliato.
«E allora? Che ne sa Corrado di questi due?» chiese Gina.
«Eh, qui viene il bello! L’uomo non gliel’ha infilato nella fica, ma nel culo, e ad un certo punto pare che siano rimasti bloccati. Vuoi la fretta, la tensione, insomma il cazzo della guardia giurata le è rimasto dentro, porca vacca!» disse Renato.
Gina finalmente si stupì. Renato pensò di aver detto la cosa giusta, una volta tanto.
«Siccome il tempo passava – continuò Renato – e il coso non usciva, i due hanno chiamato aiuto. E’ intervenuta un’altra guardia giurata, che visto lo spettacolo ha iniziato a farsi rosso e a ridere. Almeno così sa Corrado. Poi hanno deciso di chiamare l’ambulanza, aha! L’ambulanza è arrivata, i medici son saliti, il marito era giù ai bagni che aspettava e non sapeva dove fosse finita la moglie. Poi i medici l’han chiamato, e fatto salire. Questo qua s’è ritrovato la moglie con un cazzo di una guardia giurata piantato nel culo. E’ svenuto subito dopo. Ma ti rendi conto che storia?»
«Oh… Mammamia! Povero il figlioletto, ma che madre… che madre si ritrova…» disse Gina, come offesa.
«E al marito, eh, di’, non ci pensi?» disse Renato.
«Se l’è meritato, il marito» sentenziò Gina.

Mi recai per la prima volta in un minuscolo paesino sulla costa, una zona non particolarmente conosciuta. Era maggio, non c’erano bagnanti, sulla spiaggia. Ero andato lì semplicemente perché nessuno ci andava.
Parcheggiai, e mi incamminai senza fretta per la strada che pian piano scendeva fino a confondersi con la sabbia. Erano le tre del pomeriggio,  faceva piuttosto caldo, ma c’era un vento leggero che rendeva tutto piuttosto gradevole. C’era una piccola rimessa per le barche, e io mi ero seduto su una panchina, a guardare il mare, di fronte, con a sinistra una lunga fila di alberi piantati da poco. Sembrava non esserci proprio nessuno, quando vidi un vecchio alzarsi da una barca ormeggiata. Mi guardò e io guardai lui. Si accese una sigaretta, cosa che feci subito anch’io. Non lo salutai. Pensai, osservandolo, che la sua vita non era stata poi così male, in fondo.

«Barbie’, muoviti, non fa’ tante chiacchiere, che dopo c’ho un appuntamento, hai capito?»
«Un appuntamento di vraghetta
«Ma fatti i fatti tuoi! Quale vraghetta e vraghetta!»
«Hai finito al cantiere, vieni qua, ti faccio la barba e ti metto a posto quei quattro capelli, e poi te ne vai a fare il servizio. E chiamalo fesso!»
«Ma tu vedi un poco a questo! Muoviti! Non perdere tempo. Vado a pigliarmi un caffè e a te non te lo porto, che non te lo meriti!»
«Jamme!»
«Vengo subito, non far passare nessuno davanti, che c’ho un appuntamento. Te lo faccio mettere in una bottiglia piccola di vetro, il caffè, va bene?»
«Va bene, ma non me lo far fare prima che ti prendi il tuo, a me il caffè piace caldo.»

C’era tutto il gruppo, in un ristorante rinomato. Alcuni di loro erano appena tornati da Berlino.
«Che città, ragazzi, bellissima, a Berlino è tutto nuovo, pulito» disse Bernardo.
«Ma vi rendete conto che Berlino ha ventisette linee della metropolitana? Ven-ti-set-te. Ci vai ovunque, pensate che noi eravamo saliti fin lì con la Bmw di mio padre, no, ma non l’abbiamo praticamente più presa fino a quando non siam dovuti ripartire, l’altro ieri. Ventisette linee della metropolitana, una roba…» disse Christian.
«Caspita!» disse Federica.
«Peccato non esserci stati tutti, Chri’. Sarà per la prossima estate, dai. Se Valeria ci sta…» disse Samuele.
«Ma le ragazze? Com’erano le ragazze?» chiese Carlo.
Christian e Bernardo si guardarono e iniziarono a ridere.
«Una roba incredibile, ve lo giuro, per quindici giorni sempre in giro e non ne abbiamo vista una che sia una brutta. Tutte alte, slanciate. Poi simpatiche, socievoli. Mica come qui da noi» rispose Christian.
«Eh, infatti» disse Carlo.
«E’ perché lì stanno sempre sulla bici, non stanno mai ferme, nelle scuole fanno un sacco di attività fisica, mica come qua» aggiunse Bernardo.
«Due ragazze spettacolari presero il Bernardo per un turco ahahah!» disse Roberto, fin lì in silenzio.
«Ma ‘sta buono, stai, tu, che non hai concluso niente, in quindici giorni» disse Bernardo.
«Il fatto è che lì non ci son macchine, tutti si muovono, è una città per giovani, sempre in movimento, è tutto bello, funzionante, ve l’ho detto. Non è come a Monaco, Monaco è assurda, mancano solo gli alberi d’oro per le strade, ma comunque stan tutti bene, poveracci ce ne son tutti nella parte est, più che altro. Il mio sogno è di andarci a vivere, a Berlino, un giorno» disse Christian.
«Beh… Ma i musei, che so, delle mostre, teatri?» chiese Federica.
«Ah, quelli proprio, musei, mostre… Bernardo, abbiam mica visto qualcosa? no eh? Ma lo sai che non mi ricordo?» disse Roberto.
«Ma va’, a Berlino non ci vai mica per i musei e le mostre, su!»

Scrivere è meraviglioso, perché nessuno te lo chiede.

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Il Premio Megera

Il boss della mia casa editrice mi chiamò al mattino presto, verso le sette, tutto pimpante ed eccitato mentre io dormivo da due ore, dopo aver scritto per tutta la notte un altro pezzo del mio prossimo romanzo. Cinque ore per buttare giù poche pagine, neanche delle migliori. Era un periodo di magra, quello, forse a causa del successo del primo romanzo, chissà.
Spaventato, rispondo senza voce: «Eh, chi è? Che succede?»
«Tommaso, sono io! Eri già sveglio?» dice il capo.
«Come no… Dimmi» biascico io.
«Allora ci vediamo stasera alle sei in punto, mi raccomando non far tardi come al solito. Ci saranno tutti. Ma noi lo sappiamo chi è il migliore, eh eh eh gli faremo un culo così!» disse lui, e riattaccò subito.
Pensava che me ne fossi scordato, della riunione letteraria. Avrei preso parte, quella sera, ad un incontro tra scrittori e rispettive case editrici, per l’assegnazione del premio Megera. Un premio minore, ma non si butta via niente, oggigiorno. La cosa non mi attraeva minimamente, libri che concorrono come se fossero cavalli o lanciatori di giavellotto alle Olimpiadi, che idiozia. Ma mi toccava, se non altro perché il capo, Gianfilippo Paccotti, meglio conosciuto nell’ambiente come “Suor Filippa”, non solo accettò i miei scritti, li giudicò dei capolavori e me li pubblicò, cambiando la mia vita. Mi dicevo che i granduomini dipendono da personaggi loschi, o perlomeno bizzarri, da sempre, e forse era vero. A quell’uomo, non fosse altro per riconoscenza, non dicevo mai di no. In fondo era buono. Molto in fondo. E io ancor di più, maledizione. E non ero un granduomo.
I miei due libri erano entrambi stati pubblicati dalla Daphne, a distanza di sei mesi per volere di Paccotti, che ne fece un caso letterario anche fuori dall’Italia. In poco tempo, ero uscito dall’anonimato. I miei racconti e il mio primo romanzo ebbero tirature inaspettate. Un regista francese, Pierre Guignol, voleva trarre un film da quattro dei miei racconti, guarda caso gli unici, tra tanti altri, a parlare esplicitamente di sesso. «Se piaci ai francesi – mi rivelò un collega, ma non troppo – sei a posto per la vita.»
Tuttora, a distanza di un anno dal romanzo, sono in molti a chiedere dei miei due libri. Sono stato nelle università, a manifestazioni varie, senza particolare voglia di andarci. Una sera, un paio di mesi fa, mi è arrivata la prima proposta oscena, una conduttrice televisiva. Rifiutai cortesemente, ora che ho i soldi devo sposarmi. Sono uno all’antica, io, non scherziamo.
Come sia accaduto tutto questo, io non l’ho capito. Sono molto severo nei miei confronti, è vero, più che nei confronti degli altri, ma io nei miei racconti e nel romanzo non vedevo nulla di sensazionale. Vuoi vedere che è stato proprio quello, il segreto.

La sera andai a palazzo Intrallaschi, sede del premio Megera, a Milano, con lo stesso entusiasmo con cui contatterei un idraulico per dirgli di venire a vedere perché il water s’è intasato. Purtroppo c’erano tutti gli scrittori, le scrittrici e le case editrici varie, al completo. L’ho già detto, non si butta via niente. Il premio consisteva simbolicamente in una piccola scopa di saggina placcata in oro, ma ovviamente era un’occasione da non perdere nel campo della visibilità, una delle parole che più mi irritano insieme a: tinello, carino, fattispecie, pietrisco, affatto, affettato e sugoso. Non le utilizzerei neanche sotto tortura, queste parole. Al massimo, in mancanza di meglio, “pietrisco”.
C’erano parecchi giornalisti, di quelli che contano. A me non stanno molto simpatici, i giornalisti. Frank Sinatra li definì una volta succhiacazziCol successo capii tante cose. Non riuscivo ad essere cordiale con loro, come mia naturale e non imposta abitudine. Mi trovavo meglio a parlare con i panettieri e le commesse del supermercato, ecco.
Incontrai subito Paccotti, tutto accaldato nel suo vestito nero, lucido, di una taglia più piccola, sembrava una brioche caduta in un tombino. Non pensateci, a quest’immagine, ricordatevi che sono uno scrittore. E’ tutta una burla.
«Bene, bene! Eccoti qua, ti ho già preparato il terreno, tu sei il cavallo di razza della serata, li ho in pugno, li ho, questi frocetti pallosi!» disse Gianfilippo Paccotti.
Fu convocato, per l’occasione, anche un presentatore televisivo e radiofonico piuttosto famoso. Era un tipo sulla quarantina, fisico asciutto, sempre abbronzato, battuta pronta. Qualche mese prima mi aveva invitato nella sua villa romana, una roba incredibile, sembrava il circo. Il palchetto era pieno di gente seduta, gli editori, mentre noi scrittori stavamo lì in prima fila, con un centinaio di persone alle spalle. Tutta gente di un certo livello, si entrava per invito, mica sala giochi. Mi venne in mente la battuta di un mio amico, un autore di testi teatrali, lui avrebbe detto tutta gente di un certo lavello. Il mio amico aveva anche una concessionaria della Suzuki, per arrotondare.
Guardai i colleghi ma non troppo, ne salutai alcuni. Osservando meglio e ragionandoci un po’ su, compresi di trovarmi nel posto sbagliato. Non per snobismo, no, solo, tutta la faccenda per me era priva di senso, semplicemente.
Oltre a qualche onesto giallista e buon professore erudito con la vena del romanziere, vidi delle facce che non mi sarei aspettato.
Guardai il soffitto, i giornalisti e Paccotti, tutto sudato. Il tombino era pieno.

Da sinistra verso destra, dov’ero io, all’ultimo posto. Mara Ferraresi, una scrittrice un tempo manager d’azienda, ora pentita, che racconta in un libro vendutissimo dei suoi tre mariti e della loro comune, brutale insensibilità. Sedeva sdegnosa accanto a Nicola Barbaglione, alias Nick Draven, un deejay che aveva presentato un libro sulla droga e la sregolatezza nella musica degli anni ’80, anch’esso vendutissimo. Vicino sedeva Amedeo Erranti, professore di Storia, col suo libro, l’ennesimo, sugli ebrei costretti all’usura dai cristiani. Amedeo c’era sempre, ovunque, tutto compito, praticamente con lo stesso libro. Cambiava solo il titolo, “Ebrei malgrado tutti”, “Ebrei si nasce, umani no”, “Ebrei: perché lo siamo tutti”, “La peste ebraica e il vaiolo cristiano” ecc. Suo vicino, Achille Travason, autore di “Sud e isole: un libro ironico sui problemi del meridione visti da un industriale veneto”. L’ironia degli industriali veneti è rara, preziosa. Medarda Filosci, invece, sorella del presentatore, come opera prima aveva scritto un libro sulla madre, rimasta vedova ad accudire cinque figli, in Basilicata, venuti su talmente bene da diventare tutti attori, scrittrici, presentatori, coreografi. Solo l’ultimo fratello, rimasto al paese, era caduto un giorno da un’impalcatura senza più rialzarsi. Il suo libro era uno dei favoriti, mi sussurrarono. Accanto a lei c’era un tipo simpatico, un giallista, Gabriele Seccia, che da anni scriveva gialli in cui alla fine si scopre sempre che è stato un salumiere, o un imbianchino, a fare il morto. La critica parlava bene di lui, veniva definito elegante e sottile. Era anche un magistrato, famoso per l’inchiesta sui pedofili tra i testimoni di Geova. Parlottava con il suo vicino, Gunter Zboingniew, polacco d’importazione, lì con un saggio sull’omosessualità di Leonardo Da Vinci. Gunter era l’unico presente, forse, conosciuto davvero a livello internazionale. Dalle sue originali ricerche, e dai libri pubblicati, risultavano omosessuali, oltre a Leonardo, anche Giotto, Antonello da Messina, Michelangelo, Raffaello, Giorgione, Tiziano, Tintoretto, Bernini, Borromini, Canova, Garibaldi, Mazzini, Cavour e, con meno evidenza, Modigliani e Benito Mussolini. Questo solo per gli italiani. Viveva sotto scorta, per la miseria.
Teso, pensieroso come al solito, se non paranoico, stava sprofondando Angelo Laverda, ossessionato e ossessionante ammiratore di Proust. A parer mio, possedeva un folle talento, ma i suoi libri, cinque se non sbaglio, finivano sempre con un suicidio collettivo. Pare fosse famosissimo in Giappone. Su di lui circolavano voci su voci, si diceva che fosse un eroinomane, dedito all’esoterismo e allo spiritismo, che si truccasse da donna e andasse in giro per Parigi ogni sabato sera. Mah! valli a capire, ‘sti scrittori.
La sua vicina, una bella ragazza mora, astro nascente della narrativa tricolore, si manteneva appoggiata a distanza, sul braccio destro. Ogni tanto guardava furtivamente Angelo Laverda, sembrava averne paura. Come non capirla. Autrice di un libro ormai famosissimo sulla verginità perduta troppo in fretta, in un ristorante cinese, raccontava che per riprendersi dal turbamento aveva deciso di farsi ricostruire dal chirurgo plastico, proprio lì, con l’assenso dei genitori, due parlamentari moderni, progressisti. Maria, sì, Maria Goratti, il padre è l’eroe delle case editrici perché ha promesso sgravi fiscali. «I libri contano più delle persone», usa dire spesso. Certo, non votano, i libri, ma non ha tutti i torti. Qualcosa mi suggerisce che Maria Goratti qualche premio lo vincerà, presto o tardi. Ha coraggio, comunque. Beh. Il suo vicino è il popolarissimo comico, attore, imitatore napoletano Vincenzo Scialatielli, un tipo davvero divertente, devo ammetterlo, con in più un vero talento per la narrativa beffarda, satirica. Lì era il beniamino di tutti, il più fotografato e tirato per la giacca. Nell’ultimo libro, da molti definito un capolavoro d’umorismo, con “inedite note amare e apocalittiche” descriveva minuziosamente la prossima eruzione del Vesuvio, che avrebbe creato tanti parcheggi e posti di lavoro, abbattendo una volta per tutte la malavita organizzata della città. Notevole, comunque. Confesso di averlo letto per metà, fino a quando racconta dei falsi invalidi che, per primi, anche rispetto ai sismografi, si accorgono dell’imminente eruzione.
Tralascio una decina tra autrici ed autori, quelli seduti via via più vicino a me. Erano emergenti, alcuni esordienti, parlavano perlopiù di crisi, analisi sociologiche, pamphlet sulla malapolitica, il ruolo di internet nella cosiddetta “primavera araba”, insomma tutte cose che interessano a poche persone. Poi c’ero io. Guardo di nuovo Paccotti, nelle mie elucubrazioni non mi sono accorto che devo andare sul palco, è il mio turno. Sono emozionato, non so cosa dire, è tutto ovattato, qualcuno applaude, il presentatore fa una battuta stupida sul fatto che sembro più un modello che uno scrittore di successo.

Poi mi sveglio, per fortuna. E’ stato un sogno, il più classico dei finali per un racconto. Sogno?

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Otto marzo, senza soffrire

Caro Diario,

Oggi se n’è andata mia nonna. Pensa un po’, proprio l’otto marzo, la festa della donna, e anche della nonna. Beh, se n’è andata stasera, di colpo. Mi dispiace non averle portato neanche un rametto di mimosa, ma ormai è tardi. Come al solito, con il vento che c’è, era uscita ieri ed anche stamattina e perciò le girava la testa. Il dolore cervicale non perdona. Quest’anno ne ho sofferto anch’io, ma te l’ho già scritto. Acqua passata. Comunque, giramento di qua giramento di là, ha perso l’equilibrio per andare ad aprire la porta, è caduta e ha sbattuto la testa sullo spigolo del mobile nell’ingresso. Morta sul colpo. Mio zio, poco più grande di me, sposatosi da poco, ultimo di sei figli, era venuto a trovarla. Aveva le chiavi ma preferiva prima bussare, chiamarla, attendere risposta e poi aprire. Mi sa che per la contentezza, la nonna stasera s’è alzata più velocemente del solito, nonostante gli acciacchi vari. La voce di suo figlio, l’ultimo, le è sempre stata particolarmente cara. Non a caso, s’era opposta al matrimonio. Non solo non voleva rimanere da sola, a ottant’anni suonati, ma diffidava dell’ultima nuora, come e più delle altre tre. I mariti delle due figlie, invece, le sono andati sempre a genio. Eh. Sono molto triste, credo sia normale. Era l’ultima nonna rimasta. Papà sembra come appena uscito dal congelatore. Piange. Molto più di quando se ne andò suo padre, quel nonno che ho conosciuto moltissimo tramite tante persone nel corso degli anni, poco di persona. Peccato. I figli vanno fatti da giovane, mi dice sempre mia madre. Mi sa che ha ragione. E non c’entra che la vita media si è allungata, perché inversamente s’è accorciata la qualità dei rapporti umani, a parer mio. Sarà un’impressione, chissà. Ora sono le ventitré, mentre ti scrivo. Io mi sono rifugiato in casa, mentre al piano di sopra ci sono i quattro figli con alcune mogli, qualche nipote, persino dei vicini. Tra poco arriverà la prima figlia, mia zia Gelsomina che abita ad un paio di ore da qui, mentre l’altra è in Germania. In verità, la zia che abita in Germania da più di trent’anni non ebbe mai un buon rapporto con la madre. Qualcuno già sussurrava “è meglio che non si faccia vedere neanche al funerale.” Io certe dinamiche non le capisco, sarà che son figlio unico e noi tre siamo molto uniti. E ci mancherebbe, aggiungo, non credi? C’è una frase, però, che mi ha colpito molto. C’ho pensato parecchio, stasera. La nonna se n’è andata da tre ore, e mia madre ha detto a mio padre queste parole: «Almeno non ha sofferto.»
Non ha sofferto?

La nonna nacque ottantuno anni fa da queste parti. Il padre era figlio di madre ignota, la madre di una buona famiglia locale. Era la quinta figlia, nata dopo quattro maschi, seguita da due femmine e un maschio, che morì da bambino per una non precisata malattia. Vivevano e lavoravano la terra intorno alla grande masseria, inoltre il mio bisnonno aveva partecipato alla prima guerra mondiale e alla guerra civile spagnola. Una vita non facile, dove tutto si otteneva con sudore, sacrificio. E c’era il regime fascista a vegliare su tutto e tutti. Dopo pochi anni, i genitori di mia nonna fecero di tutto per avere un altro figlio, pur rischiando per la tarda età della mia bisnonna, che infatti morì durante il parte con il bambino, anzi la bambina, per uno scherzo del destino. All’epoca la nonna aveva otto anni. Fu un colpo durissimo per la famiglia, a cui seguì un altro colpo, di lì a pochi anni, durissimo per il mondo intero: la seconda guerra mondiale. L’Italia era entrata in guerra con grande giubilo del popolo, che alle lacrime, alle macerie postume proprio non pensava, quel 10 giugno 1940. “Popolo italiano! Corri alle armi, e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore!” urlò dal balcone di Piazza Venezia Mussolini, quel giorno, ad una folla in orgasmo. Chissà quanti ne saranno morti, tra quelli, senza armi, senza tenacia, senza coraggio e senza valore. A fare la voce grossa con una camicia nera addosso erano proprio bravi, i fascisti. Con la divisa militare un po’ meno. Il padre di mia nonna non fu richiamato dall’esercito per anzianità, ma i primi tre fratelli sì. Uno non tornerà mai più a casa. Un altro, vivrà anni da disertore vagabondo per tornare a casa nel ’47, a due anni dall’armistizio. Non raccontò mai niente della sua non-guerra. L’ultimo, anche in senso cronologico, passerà nel corso della guerra alla Resistenza, tornando sano e salvo a casa con un fazzoletto rosso a cui nessuno fece caso.
Il destino riservò un altro scherzo a mia nonna, pochissimi giorni dopo l’armistizio, annunciato l’8 settembre 1943. Al confine con un’altra proprietà, mentre la nonna raccoglieva delle margherite, un ordigno nascosto tra l’erba decise di esplodere, portandosi via due dita della sua mano destra. Non ha sofferto, certo.
Dopo qualche anno, conobbe mio nonno, che si era arruolato volontario in marina, a sedici anni, per fuggire via da casa e da una situazione sempre più opprimente. La madre si era risposata e il patrigno, seppur di buon cuore, non era suo padre. Aveva meno di un anno quando suo padre morì in Argentina, schiacciato dalle ruote di un camion. Agli inizi del Novecento l’Argentina sembrava una terra promessa, bisognosa di maestranze, manovali, artigiani. Il mio bisnonno partì lasciando la moglie incinta, senza rivederla più, senza conoscere quel figlio per cui decise di partire e guadagnarsi il pane. I miei nonni conoscevano il dolore, gli avevano dato del tu più volte. Credo che libri di storia non dicano le cose importanti, non tutte.
Il nonno, dopo due anni di prigionia nell’Egeo, fermo su una nave sgangherata, tornato in patria al termine della guerra fece il carabiniere in varie zone d’Italia. Frequentò anche l’Accademia delle Belle Arti. Sapeva dipingere molto bene, aveva un vero talento. Successivamente si congedò e riuscì a prendere un posto al comune come ripartitore delle acque del nostro fiume, che all’epoca serviva per irrigare i campi, oggi per annacquare l’immondizia.
Il lavoro non durò molto, o non era sufficiente, a quanto pare, e mio nonno, appena sposato, andò a vivere con mia nonna in una casa piccola e malmessa. Prese a fare il pittore, l’imbianchino. Furono anni difficili, ma la prima figlia nacque in una di quelle palazzine di edilizia popolare molto comuni durante i primi anni postbellici. Venivano assegnate alle famiglie più povere, specialmente a giovani coppie. Fu proprio la nonna, estraendo a sorte, a ritrovarsi con le chiavi in mano dell’appartamento al terzo piano, quello più in alto. Una piccola fortuna.
La seconda gravidanza andò male, la nonna abortì perché, gran lavoratrice, salì un mattino presto sul camion che portava le donne a raccogliere frutta e ortaggi nei campi sino al nono mese. Quel giorno il camion frenò bruscamente e molte donne sbatterono violentemente contro mia nonna, che era salita tra le prime, schiacciandola. Sembra incredibile, aveva meno dei miei attuali anni e le erano accadute innumerevoli cose, molte delle quali dolorose, cose che io non vivrò mai, nel bene e nel male. Come sempre, la nonna ripartì. La generazione nata tra le due guerre mondiali possiede delle caratteristiche mitologiche, a parer mio. Quando qualcuno dice “non esistono più i cristiani d’una volta” dimentica sempre di dire: meno male. La guerra è la regina delle stupidità umane, senza discussioni.
Nacquero due maschietti, il secondo fu mio padre, tra tutti quello più somigliante alla nonna, anche nel carattere. Con il crescere della famiglia, il nonno, grande cacciatore, decise di aprire un negozio di caccia e pesca, scarpe, prodotti per la casa e così via. Verso la fine degli anni ’50 si ricominciò a respirare, a guardare con fiducia al futuro. La guerra sembrava lontanissima. Il boom ora evocava la veloce crescita economica mondiale e non più il suono della Little boy sganciata dagli americani su Hiroshima. A guardare il mondo dal mio punto di vista, non so quale dei due boom abbia generato più danni, caro diario.
Mentre il quadro generale migliorava, nacquero mia zia e mio zio a distanza di quattordici mesi. Il nonno lavorava poco, era sopraggiunto il diabete e doveva anche operarsi allo stomaco, per un vecchio problema portatosi dietro sin da ragazzo. Oggi c’è un nome per tutto, uno specialista per tutto, un medicinale spesso inutile per tutti; all’epoca, l’ignoranza dilagava, la gente se ne andava più facilmente all’altro mondo, la durezza della guerra e la tempra da essa scaturitane rendeva tutti eccezionalmente fatalisti. Oggi che c’è una buona pillola per tutti e l’età media è avanzata di pari passo con il reddito pro-capite, tutti si ostinano a voler vivere ad ogni costo, spesso non accorgendosi di essere aggrappati al nulla. Non c’è disprezzo, caro diario, o amarezza, nelle mie parole. Io sono un cronista con l’occhio lungo, tutto qua. Tanto resta tutto tra noi, no?
Il nonno così se ne andò in Germania ad operarsi allo stomaco, cercando un lavoro che gli permettesse di restare anche per la convalescenza. Aveva alcuni vecchi amici lì, sia del paese sia conosciuti sulla nave, durante la guerra. Se l’Italia, soprattutto al nord, aveva ingranato la quarta, la Germania era già al decollo. Il nonno arrivò a Berlino mentre costruivano il Muro. Avesse vissuto di più, probabilmente si sarebbe trovato a New York in quell’Undici Settembre del 2001. L’orrore ha molte facce, frecce, fecce. Questa dovevo scriverla, perdonami.
L’operazione andò bene, così come la convalescenza. Il nonno stava male, però, non riuscì a combinare granché, anche se il lavoro c’era. Tornò a casa dopo due mesi, stanco, demoralizzato, incupito e con qualche debito. Gli italiani, quando sono all’estero, bisogna dirlo, tra di loro si mostrano sempre con la faccia migliore. Strano: se fossero qui, gli stessi tanto caritatevoli e generosi all’estero, probabilmente si prenderebbero a pugni, o ad avvocati. Mio nonno li ha sempre odiati, gli avvocati, così come Shakespeare ed Orson Welles. Anche io non ci andrei con loro al luna park, lo sai.
Non appena il nonno si riprese, ecco un’altra batosta: infarto. Quarant’anni, diabetico, operato allo stomaco e ora l’attacco cardiaco. Ma non perse mai il sorriso, né la luce negli occhi azzurri. Magari aveva un segreto. Non lo scoprirò mai.
Le cose andavano bene, al negozio, era diventato un punto di riferimento per la gente, anche da lontano. Il commercio è molto cambiato, oggi. Pochi ci pensano, pochi ci fanno caso, ma è da come sono cambiati i costumi commerciali, per così dire, che si possono ottenere numerose chiavi di lettura per il mondo che ci circonda. Ammesso che serva, chiaro.

I cinque ragazzi crescevano, tutti svegli, in salute, poco inclini allo studio, sempre intenti a fare questo o quello, pieni di vita, forse anche di speranze. Mio padre giocava sempre a pallone con gli altri ragazzini della zona, il fratello più grande stava sempre in sella a biciclette e motorini arrugginiti. La sorella sembrava avere il doppio degli anni, ed era sempre sulle sue. Gli ultimi due davano chiari segnali, erano sempre vispi come dei grilli. In famiglia, tutti erano dotati di lingua lunga e di una sincera, spontanea, umanità. Il nonno e la nonna non chiudevano mai, anche d’inverno, quando la sera il negozio si trasformava in un circolo delle caccia. In quel luogo si sono raccontate le storie più incredibili che io abbia mai udito, da parte di testimoni presenti, alcuni veri e propri protagonisti. Volpi che azzannavano i cani a cui poi veniva la rabbia per poi passarla al padrone; cacciatori che per non aver visto in un’unica occasione una beccaccia alzarsi in volo hanno appeso la doppietta al chiodo per sempre; cinghiali enormi che per proteggere i piccoli si fingevano morti (questa non l’ho mai capita); un cacciatore che si nascose in un fosso per non essere riconosciuto dal suo avvocato, passato lì tra i faggi, desideroso di ricevere la parcella; un altro cacciatore che diceva di aver afferrato al volo un merlo mentre tornava verso casa, sulla sua Moto Guzzi; un cugino del nonno alla lontana disse di essere stato morsicato più volte dalle vipere senza morire mai. Insomma, una specie di grossa recita a soggetto, tra sigarette senza filtro e vino alla buona, panzane gigantesche e mezze verità, ma solo mezze, perché la nuda verità è insignificante. Al nonno venne anche in mente di fondare una piccola compagnia teatrale. Non c’era tanto bisogno di recitare, in fondo.
Quest’epoca purtroppo finì agli inizi degli anni ’80. Era intanto nato mio zio, quello più giovane, quello che per primo ha visto la nonna distesa a terra, oggi.
Il disastroso sisma del novembre ’80 lasciò molte crepe, la gente ricominciò ad avere paura. A mio zio, tanto per rispettare le tradizioni familiari, crollò la casa appena presa in affitto. Erano usciti di casa poco prima, con la moglie e mio cugino nel pancione. A molti, non lontano, andò decisamente peggio.
Nei discorsi della gente, da queste parti, esiste un prima e un dopo il terremoto del 1980. La caduta del Muro di Berlino sarà anni dopo un evento di eccezionale portata simbolica, storica, geopolitica ecc ecc ma la caduta dei palazzi, dei ponti, delle strade, delle scuole nelle zone più disagiate d’Italia fu uno shock altrettanto possente. Inoltre, erano avvenute parecchie altre cose importanti, negli anni ’70.
E’ facile dire la società stava mutando rapidamente. Io, caro diario, parto da un esempio emblematico.
Avere un’attività nel campo della caccia, della pesca, possedere qualche arma da riparare, cartucce, polvere da sparo eccetera era diventato pericoloso. Le leggi in tale ambito erano cambiate perché negli anni era nato un nuovo, tremendo, fenomeno: il terrorismo. In più, anche le organizzazioni malavitose sembravano in ebollizione più del solito. Il bello era che certi esaltati, o criminali, erano disseminati quasi ovunque, anche qui da noi, alla periferia della periferia.
Per evitare guai, mio nonno decise di chiudere bottega. Con l’appoggio di mia nonna, aprirono un circolo, poco lontano da lì. Ben presto traslocarono ancora, e arrivò la trattoria, ben più remunerativa. Intanto, erano nati i primi nipoti. Poco dopo nacqui io, nella metà degli anni ’80. Le cose andavano abbastanza bene. Crollò il muro e l’anno dopo la Germania Ovest batté in finale l’Argentina di Maradona nei mondiali di calcio disputati in Italia. Dopo tre mesi dalla finale, l’est si riunì all’ovest anche calcisticamente.
Tra gli anni ’60 agli anni ’90 c’è un divario, una mutazione genetica dell’umanità forse mai prima verificatasi. Se mi leggesse un professore direbbe che no, non è così, in Mongolia nel IV sec. a.C se ne videro di tutti i colori.
Nel ’94 mia nonna era nei boschi con mio zio, il penultimo, in cerca di funghi. Era fine agosto, se non ricordo male. Ebbene, tanto per non farsi mancare nulla, scivolò da un dirupo e rotolando finì su una strada sterrata sbattendo la testa su una bottiglia di birra che qualcuno aveva lasciato lì. Corsero in ospedale, la nonna aveva la testa spaccata, stette in coma, fu operata d’urgenza e ce la fece, ancora una volta, ancora una volta nonostante tutto.
Passarono parecchi mesi per riprendersi, e credo che il colpo di ormai ieri sera mentre ti scrivo sia stato fatale a causa di quell’incidente maledetto.
Ogni tanto ripenso a quella bottiglia, a mia nonna che ci cade sopra rompendosi la testa. Non avrei pensato così facilmente, senza quel caso, al fatto che qualsiasi cosa noi facciamo può avere delle conseguenze, presto o tardi, positive o negative, per qualcun altro.
L’anno seguente il nonno se ne andò, prima che per colpa del diabete galoppante gli amputassero un piede. Per mia nonna, probabilmente, questo fu il colpo più duro di tutti. Mio nonno era molto amato. Mi restano alcuni suoi quadri e una tessera d’iscrizione del Pci, oltre che alcune poesie. Negli anni imparò anche al suonare il violino. Mi ripeteva spesso di studiare Farmacia, che è una roba seria, un lavoro pulito, sicuro. Se fosse vivo oggi, sarebbe molto deluso da me. E pure dai farmacisti.
Gli anni seguenti l’hanno vista invecchiare di colpo, ma mai doma. Voleva sempre stare in mezzo alla gente, impicciarsi di tutto, sindacare, dare una mano a mio zio più grande, che intanto le aveva arbitrariamente sottratto la trattoria, a mio padre con la pasticceria e all’ultimo zio con la ferramenta, nata nel medesimo luogo dove trent’anni prima era nata l’attività di caccia e pesca. Era comunque in salute, di fibra forte.
L’altro ieri non dimenticherò mai l’urlo di rabbia alle spalle rivoltole da mia madre. Mio padre voleva andare a dormire ogni tanto da lei, quando non si sentiva bene per i fastidi alla testa, rimproverandoci per non averle tenuto troppa compagnia, negli ultimi tempi. Mia mamma allora assumeva l’aria e i modi che hanno due femmine di cocker spaniel messe da poco nello stesso recinto. Abbiamo sempre avuto cani da caccia e da tartufo, lo sai. Si arrabbiò moltissimo, mia madre, l’altro ieri, alle mie rimostranze, sono un tipo che cerca sempre di riportare la calma.
Disse: «Ma lo sai cos’ha fatto, quella vecchiaccia? lo sai? Tuo zio, l’ultimo, non è figlio di tuo nonno! Lo sapevi? No, te lo dico io, che quando me lo dissero provai pena per tuo padre! Che schifo, che vergogna… E’ figlio del cugino del marito, Alfredo! Ed è uguale a lui, non lo vedi? Non sono voci. Ah, ma solo quello che non si fa non si viene a sapere!»
Lì per lì la cosa mi colpì un poco, lo ammetto. Ma la nonna è stata una buona moglie, una buona madre e ha passato un sacco di guai, senza perdere la dignità. E senza soffrire, dicono. Mi basta questo. Non sentirò più i suoi passi, al piano di sopra, non ci sarà più nessuno a confondere il mio compleanno con quello di mio cugino, due giorni dopo. Ciao, nonna.

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I nani e i giardini

La situazione era tesissima. Io ero stato spedito lì dal giornale senza sapere bene cosa stesse accadendo. In rete i commenti si sprecavano, ma in realtà nessuno conosceva la vicenda nei dettagli.
Pare che un uomo, un operaio sulla cinquantina, avesse appena ricevuto la notifica di licenziamento da uno stabilimento dove si producevano nani da giardino.
Sì, proprio così, nani da giardino.
All’inizio risi, non afferrai il nocciolo della questione. Il fatto è che il tizio aveva sequestrato il suo capo e lo teneva in ostaggio, nello stesso stabilimento, minacciando di ucciderlo e poi dare fuoco a tutta la baracca. Arrivato sul posto, tra i primi, esclusi i curiosi e i carabinieri, iniziai a fare un po’ di domande. Uno dei carabinieri mi disse che il sequestratore risultava già noto alle forze dell’ordine, una testa calda negli stadi e nei circoli di estrema destra. Dalle prime ricerche in rete, il suo nome veniva segnalato più volte negli ambienti fascistoidi. Controllai anch’io, capivo al volo certe cose. Bruno Mazzarumma, si chiamava, sposato, padre di due figli già ventenni, tutto sommato sembrava uno dei tanti invasati da stadio, con una certa passione per le armi. Insomma, un classico. Lessi una sua frase, un commento ad una notizia su un sito di neofascisti, dove si parlava di una strage di senegalesi avvenuta pochi mesi prima in città ad opera di un folle pazzoide. Folle e pazzoide non sono sufficienti da soli, come aggettivi, meglio insieme. La nostra epoca è così, meglio abbondare. Mazzarumma scrisse: “Ce ne vorrebbe una al giorno, de ‘ste straggi!!!”. Ecco, sicuramente non era tipo da amore universale.
Chiesi al carabiniere, uno giovane e cortese, seppur visibilmente nervoso, se l’uomo avesse già avanzato delle richieste. Il carabiniere mi guardò, come per dirmi sembra strano ma è così, e disse: «Vuole una Rolls-Royce e parlare con il presidente della Repubblica.»
Eccolo là, il matto, pensai. La faccenda sembrava ridicolosamente seria. I curiosi intanto aumentavano, alcuni presero il telefono in mano e scattavano foto, neanche fossero allo zoo. O forse sì. Comunque, anche i giornalisti, quelli famosi, iniziarono ad arrivare, con le loro troupe. Ad un certo punto, tra la folla crescente, notai anche un tizio della BBC. Tombola, pensai, ecco che l’Italia finisce un’altra volta sulle prime pagine di tutto il mondo, e come al solito per il motivo sbagliato.
I carabinieri si avvicinarono al cancello d’ingresso del capannone industriale per avere contatti col pazzo. Altri, silenziosamente, circondarono l’edificio e altri ancora cercavano di allontanare i curiosi. Sentì un tizio dire “speriamo che si salvino almeno i nani ahahah!” e subito dopo un altro “io lo conosco Bruno, una testa di cazzo.
Entrambi i commenti esprimevano bene il quadro. 
Mi squilla il cellulare. E’ il caporedattore. Uno stronzo.
- Allora? Che fai? Che succede?
- Niente. Il pazzo è lì che aspetta una Rolls-Royce e il Presidente della Repubblica. E’ un fascista che frequenta gli stadi, passione per le armi, precedenti vari…
- Ah beh, ci voleva una storia così! Non andare via oh, che ci tiriamo un po’ di copie con ‘sta storia.
- No no, sto qui… Iniziano ad arrivare quelli grossi, Tg1, Sky…
- Allora la cosa è grossa, o saranno preoccupati per i nani ahahah!
- Soprattutto…
Chiuse il telefono ridendo alla grande. Già me lo vedevo, senza i denti di lato. Comunque sì, la faccenda stava assumendo una certa rilevanza. Anche se non riuscivo ancora a capire il perché, e come mai il paese intero si fosse mosso. Un mio ex collega di università, che lavorava al Corriere, mi disse che sarebbero andate in onda varie edizioni straordinarie dei telegiornali. Addirittura. In fondo, anche se non vengono a galla su vasta scala, certe cose accadono tutti i giorni o quasi. Padroni che si suicidano perché non riescono a mandare avanti la fabbrica, operai ritrovatisi senza lavoro a cinquant’anni, sparatorie in centro, furti spettacolari ecc ecc. Negli ultimi tempi, in verità, a far notizia sono più le tette di silicone che scoppiano, o l’ennesimo flirt di questa o quella baldracca da prima serata. Le notizie rispecchiano la società, ti insegnano. Magari è vero.
Cominciavo ad annoiarmi, quando polizia e carabinieri ci intimano di allontanarci e non intralciare la strada. Vediamo il capo della squadra mobile intento in una conversazione, forse con il pazzo. Silenzio totale. Dopo pochi minuti, incredibilmente, arriva la Rolls-Royce. Comincio a credere di stare in un altro paese, o sognando.

Poi, ragionandoci su, compresi il tutto.

Era tempo di elezioni. Il sindaco e la sua cricca ne avevano combinate di tutti i colori e sapevano che una rielezione sarebbe stata quasi impossibile. Le cricche fanno un po’ per una, questa è la democrazia.
Così, alzarono il culo e il telefono e iniziarono a muovere un po’ di gente, ovvero i giornalisti, perché sono i giornalisti a fare le notizie. Le notizie, da sole, non hanno le gambe.
Dopo la Rolls-Royce arrivò un’Audi con i vetri oscurati e scese lui, il sindaco.
Me ne andai subito dopo.

Ho preso io il posto che aveva il folle in fabbrica. Ora, lui è un addetto capo alla security dello stadio e io faccio i nani da giardino. Alle prossime elezioni devo ricordarmi di far saltare in aria tutto.

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Una situazione particolare

Il professor Bava era seduto nel suo studio, intento a leggere il suo quotidiano, dopo pranzo. Alle 15:00 sarebbe iniziato il solito viavai di ragazzi e ragazze, lo stesso viavai degli ultimi dodici anni. Per arrotondare lo stipendio, il professore di matematica si costrinse a dare ripetizioni ad un folto numero di studenti delle scuole superiori. Oltre alle richieste dei suoi studenti in classe, nel corso degli anni fu la moglie a chiedergli il sacrificio pomeridiano. Lui accettò senza entusiasmo, era da sempre stato un uomo curioso, pieno di interessi, di viva intelligenza ed un certo spirito. Quando ottenne lo spostamento ad un liceo scientifico vicino casa, iniziò a ricevere molte richieste di ripetizioni da parte del vicinato, da familiari, amici e amici degli amici.
In pratica, al dodicesimo anno di doposcuola, dal lunedì al venerdì, il piccolo esercito di studenti in difficoltà con le equazioni arrivò a contare una ventina di studenti a tempo indeterminato, come era solito definirli il professore, più alcuni studenti occasionali, a volte anche universitari. Il professore non accettò mai ragazzini di medie o bambini delle elementari. Generalmente era cortese e disponibile, ma siccome il dare ripetizioni era ogni giorno un fastidio, un sacrificio, cercò almeno di facilitarsi il tutto.
Da quell’anno, quando glielo fece notare una collega, decise di non accettare di dare ripetizioni ai suoi studenti. Lo fece per serietà, non che prima non ne avesse, ma avendoglielo fatto notare una collega verso cui nutriva una certa stima si sentì in dovere di dare quello che alcuni chiamano buon esempio. A coloro che protestavano, il professore raccomandò di provare con un altro insegnante, un altro metodo, affinché riuscissero a conseguire un benché minimo miglioramento. Con i suoi studenti, quattordicenni e quindicenni soprattutto, ebbe sempre un buon rapporto. Al professor Bava piaceva insegnare e venire incontro alle esigenze dei suoi allievi. Certo, sapeva essere molto severo, ma solo se messo alle strette. Trattò sempre meglio i suoi studenti man mano che gli anni passavano, soprattutto dopo la nascita dei suoi due figli, Beniamino e Alessia, venuti al mondo entrambi dopo che il professor Bava ebbe ottenuto il trasferimento vicino casa. Era per loro che Bava diede sempre ripetizioni, poiché la moglie, per badare ai figli, dovette rinunciare al lavoro di infermiera in ospedale. In realtà per la moglie fu un grosso sollievo, il suo lavoro non le piaceva affatto e fu ben contenta di fare la moglie e la madre a tempo pieno.
Le responsabilità aumentarono parallelamente agli anni sulle spalle e ai capelli bianchi del professore, che però per amore dei suoi figli mise da parte certe sue velleità, apparentemente senza soffrirne. Il costo della vita era aumentato parecchio negli ultimi tempi, e poiché il professore godeva di buona fama poté richiedere un buon compenso alle famiglie degli studenti in difficoltà. Se di sacrificio si trattava, portò certamente i suoi frutti.
Il professore stava leggendo di una ragazza minorenne stuprata a scuola da un gruppo di ragazzi più grandi. Si tolse gli occhiali e gettò via il giornale con disgusto, poi il suo sguardo si mosse oltre i vetri della finestra, vide una tortora posarsi sul ramo di un platano pieno di gemme, in quel marzo tiepido, dopodiché sussurrò, con un mesto sorriso: beata te
La contemplazione s’interruppe con il suono del campanello, erano già le 15:10 ed era venuta la prima studentessa. Il professore sospirò, guardò l’ora e sorrise ancora al ritratto di Ernesto “Che” Guevara, che la sua prima ragazza dipinse in gioventù.
La studentessa entrò e salutò cortesemente la moglie del professor Bava, come fece con lui non appena varcò la soglia dello studio. Valentina, così si chiamava, disse di non aver ancora capito bene la regola di Ruffini. Il professore si meravigliò e la rimproverò bonariamente, e gliela rispiegò per l’ennesima volta. Ai primi tempi, quando qualcuno a cui dava ripetizioni mostrava evidenti miglioramenti, il professore provava un certo orgoglio, che si era affievolito con il passare degli anni. Alcuni dei suoi primi studenti erano diventati genitori, e a lui questo fatto sembrò sempre bizzarro, come innaturale. Se qualcuno gli avesse chiesto in modo brusco “Cos’hai fatto negli ultimi vent’anni?” lui avrebbe potuto rispondere solo così: “L’insegnante”. Nient’altro che questo. Negli ultimi mesi gli capitò di spiegare con un tono di voce simile a quello che si ottiene recitando una cantilena. In classe, uno dei suoi ragazzi, un ripetente con la battuta sempre pronta, lo soprannominò “il Rosario”, la lunga preghiera che oramai conoscevano quasi solo le donne di una certa età. Il professore lo venne a sapere, rispose con una risata sinceramente divertita, ma in cuor suo si sentì toccato, ferito. Reagì trovando dentro di sé la forza necessaria per scuotersi e ricominciare a far bene il proprio mestiere. Quella ragazza, quel giorno, avrebbe compreso una volta per tutte la regola di Ruffini.
Dopo tre quarti d’ora, al momento del congedo, la ragazza ora sollevata (almeno fino al giorno seguente), disse al professore:
«Ci sarebbe una mia amica che ha delle difficoltà, lei è arrivata nella nostra classe a novembre, ha una situazione familiare un po’ particolare, diciamo… Professore, potrebbe aiutarla? Va benino nelle altre materie ma in matematica e geometria sta messa peggio di me.»
Il professore assunse un’espressione dubbiosa.
«Beh… Situazione particolare in che senso, figlia mia? Lo sai, no, che fino alle otto di stasera sono pieno. Però, per carità, non mi tiro certo indietro», disse Bava.
«Eh, professore, allora: il padre è morto, lei si è spostata qui con la madre e la zia zitella, tra parentesi un po’ andata di cervello, perché in città pagavano uno sproposito di affitto, e in più, alla fabbrica dove lavora la madre c’è crisi nera e rischia di perdere il posto. Insomma, un sacco di guai. Le lezioni, qui, beh mi sono offerta di pagargliele io… E’ tanto educata, gentile. Che le dico?» disse la studentessa.
«Ah… Mi dispiace, mi dispiace… Va bene, va bene, allora. Fammi controllare… Ok, vada per domani alle 16 in punto. Armandino, il ragazzo che abita al quarto piano, ha la bronchite. Verrà domani e poi, in base alle necessità, vedremo di trovarle un orario prestabilito. Per i soldi, non ti preoccupare, su. Vai, vai, ci vediamo venerdì. E studia!» disse il professore.
«Lo sapevo, prof.! Glielo dico subito, a Laura, la chiamo. Grazie mille, gentilissimo! Arrivederci» salutò la studentessa.
Il professor Bava guardò di nuovo il giornale, con quella orribile notizia, e sospirò. Mentre attendeva il secondo paziente, come li chiamava la moglie, si affacciò al balcone della cucina, si accese una sigaretta e iniziò a pensare, pensava a molte cose. La moglie era intenta a preparare una spremuta d’arancia per il figlio grande, che stava facendo i compiti in camera sua, mentre Alessia era da sua zia, la sorella di Bava, in compagnia delle cuginette.
«Giovanna, guarda che domani alle quattro viene una compagna di Valentina, non posso andare da tua madre» disse il professore dal balcone, sbuffando fuori il fumo.
«Ah, facciamo anche gli straordinari? E bravo il mio professore – disse ironicamente la moglie – tu, basta che eviti di andare da mia madre, saresti capace di tutto.»
«Non è questo il caso, cara mia. Una situazione particolare. La compagna di Valentina è senza padre e senza soldi. Che facevo, dicevo di no? E come potevo dire di no?» disse il professore, un po’ spazientito.
«Ma se è così, alzo le mani, per carità… Un po’ di beneficenza non la si nega a nessuno» aggiunse la moglie, con un mezzo sorriso, troncando il discorso.
Il professore rientrò, irritato, andò nel suo studio, e si fece presto sera. Il giorno seguente, mercoledì, si ricominciava.

Dopo la mattinata a scuola, Bava rincasò, pranzò e andò nel suo studio, come tutti i pomeriggi. Venne il primo ragazzo, alle 15:00 in punto, che era tra i più svogliati e distratti, ma sempre puntuale, perciò il professore fece di tutto per finire prima e leggersi un altro poco il giornale in santa pace. Ci riuscì, e poté leggere per circa un quarto d’ora. Poi suonò il campanello, puntuale alle 16:00 era venuta Laura, la ragazza in difficoltà raccomandata da Valentina.
Mentre la moglie andava ad aprire, il professore piegò e accantonò il giornale. La moglie aprì la porta dello studio e invitò la ragazza ad entrare. Laura camminava molto lentamente, era intimidita. Aveva una figura esile, aggraziata, leggera. Il professor Bava, dicendole prego, appena la vide fu colpito da quel viso così innocente, dall’incedere timoroso e i modi incerti.
«Buonasera, professore» disse Laura con un sorriso.
«Buonasera a te, prego, prego siediti. Io sono il professore Francesco Bava, piacere di conoscerti. Laura, giusto?» disse il professore.
«Sì Laura, professore» rispose la ragazza.
Il professore sorrideva.
«Allora, Valentina mi ha spiegato un po’ di cose. Dimmi, Laura, come posso aiutarti? Innanzitutto, dimmi la verità: ti piace la matematica?» disse Bava.
La ragazza abbassò lo sguardo, le sue guance diventarono rosse all’improvviso. Poi si riprese, un sorriso le illuminò il viso e riuscì a dire: «Sì, solo che non sono molto capace… Mi dispiace, anche perché cerco di fare del mio meglio in tutte le materie…» rispose la ragazza.
«Allora se ti piace sarà tutto più facile, e faremo in modo di prendere bei voti anche in matematica. Su, Laura, mettiamoci all’opera», disse il professore.
La ragazza sorrise ancora, si sentì fiduciosa, prese il quaderno e il manuale da una borsa e lo posò sulla scrivania di legno scuro. Il professore notò che il manuale era probabilmente usato, pieno di segni e svolazzi e scritte di vario genere. Quando la ragazza aprì il quaderno rosa, notò la sua calligrafia minuta e graziosa, senza sbavature, ben diversa da quella del libro. Iniziarono subito, il professore fu estremamente prodigo di consigli, attenzioni. Laura non parlava molto, ma capiva tutto e in fretta. Il professore comprese in poco tempo di avere a che fare con una ragazza intelligente. Aveva solo bisogno di essere seguita. A dire la verità, le faceva molta tenerezza. A quindici, sedici anni, le ragazze dell’età di Laura sembravano molto più grandi, tra le nuove generazioni. Due anni prima, una di diciassette anni era arrivata quasi a tentare un approccio col professore, che era piacente, distinto, possedeva un certo fascino. La cosa sfumò perché il professore non cadde in tentazione, la ragazza era piuttosto esuberante ma il buon professore si districò al meglio per evitare ogni complicazione, dicendo alla ragazza di essere ormai arrivata ad un buon livello di preparazione e, pertanto, di non avere oltremodo bisogno del suo aiuto. Di storie simili il professor Bava ne aveva vissute più di una, e altre per sentito dire. Ci pensava, mentre spiegava a Laura le equazioni di secondo grado.
Dopo circa un’ora, senza sosta, bussarono. Era il terzo appuntamento e il professore non si era accorto che si erano già fatte le quattro del pomeriggio. Era da tanto tempo che non gli capitava di guardare l’orologio e sforare il tempo a disposizione di uno studente. La cosa lo colpì molto.
«Sei stata molto brava – disse il professore a Laura – purtroppo per oggi ci sono altri ragazzi, ma facciamo così: vieni domani alle tre. Va bene per te?»
«Grazie… Domani non posso perché fino alle sei vado a tenere il bambino della padrona di casa che è fuori e mi ha chiesto il favore» rispose, come dispiaciuta, la ragazza. Intanto, lo studente delle 17:00 era già entrato in casa.
«Ah, capisco… Sei molto gentile, Laura. Fai una cosa molto bella, che ti fa onore. Allora sarà per dopodomani alle tre, siamo d’accordo?» disse sorridendo il professore.
«Sì, va benissimo, grazie professore, a venerdì allora. Buonasera» disse Laura, e se ne andò. Il suo passo si era fatto più sicuro. Il professor Bava osservò quella piccola figura, i lunghi capelli castani di Laura, il suo cerchietto, quell’aria così indifesa e si commosse per un attimo. Provò repulsione per la padrona di casa di Laura e per tutti i padroni di casa. Si ricompose immediatamente, non appena entrò nello studio il ragazzo delle 17:00. Attese con particolare emozione quel venerdì.

Quel venerdì arrivò, così come arrivarono tanti altri giorni. Il professor Bava attese con crescente impazienza ogni appuntamento con Laura. Desiderava averla lì, di fronte a lui, nel suo studio. Fece di tutto per farla venire ogni giorno, anche per mezz’ora, anche a costo di rubare del tempo ad altri. Si sedeva di fronte a lei e spiegava, spiegava tutto quello che c’era da sapere per una ragazza di quasi quindici anni che frequentava il secondo anno di liceo linguistico. Il professore si interessò sempre di più anche della situazione extra-scolastica della ragazza. Andò a parlare col padrone della fabbrica tessile in cui lavorava la madre di Laura, chiarendo bene la situazione e ottenendo rassicurazioni sul prosieguo dell’impiego. Questo non lo disse a nessuno, come non disse a nessuno di aver regalato dei libri, delle belle penne a Laura, che non sapeva mai cosa dire e doveva essere convinta sempre ad accettare tutto. Il professore le diede una busta, il giorno del suo compleanno, il sei di maggio, contenente una bella somma. Disse alla ragazza che si sarebbe offeso se non l’avesse presa e che quei soldi dovevano servire solo in caso di necessità e per passare un’estate senza pensieri. Laura cominciò ad aprirsi e confidarsi con il professore, il loro legame era singolare, certo, ma solo agli occhi di chi non può capire.
Grazie all’impegno continuo, e ai progressi di Laura, a maggio, per l’ultimo compito in classe, la ragazza ottenne un bell’otto in pagella che le raddrizzò la media. Laura ne fu molto felice, tanto che un giorno, nello studio, scoppiò a piangere dalla gioia e si abbandonò ad un abbraccio col professore. Fu davvero incredibile, per la sua timidezza, quel gesto, a cui il professore rispose senza fiato, apparentemente senza trasporto, con freddezza, il che fece vergognare moltissimo la ragazza, subito dopo. Non disse più niente per la mezz’ora di ripetizioni restante e quando se ne andò, per l’ultima volta – ormai l’anno era terminato e l’obiettivo raggiunto – fu l’unica occasione in cui non sorrise salutando il professore.
Il professore si sentì come sprofondato in un abisso. Avrebbe voluto correre alla porta, prendere per mano Laura e stringerla al suo petto, accarezzarla ed averla sempre accanto, sempre accanto a lui.
Ma non lo fece, e se ne pentì per il resto dei suoi giorni.

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