La mela azzurra

Un grande albero pieno di mele succose un giorno dimenticò di contare tutte le mele, prima di addormentarsi sotto le stelle. Il mattino seguente probabilmente non si sarebbe accorto che una delle centoventisette mele si era staccata dal suo ramo, o magari avrebbe attribuito qualche defezione ad un viandante o ad un animale goloso.
Una piccola mela ancora acerba, metà verde e metà rossa, non aveva resistito alla tentazione di toccare il suolo ed al primo alito di vento, quando tutte le mele dormivano, si lasciò volentieri cadere.
Appena toccata l’erba umida, felice e spaventata al tempo stesso, la piccola mela ebbe la tentazione di svegliare tutte le mele per farsi riportare sull’albero, dimenticando che una mela, una volta recisa dal ramo, non può più essere riattaccata. Resistette a quell’impulso perché non voleva essere rimproverata, e soprattutto perché la curiosità di scoprire il mondo aveva preso il sopravvento su ogni altra cosa.
– La curiosità è una gran bella cosa! – pensò.
Il mondo a terra appariva diverso,  la luce della luna piena e delle stelle sembrava più lontana e la mela cominciò a rotolare lungo il sentiero  che portava al Grande Fiume delle Lacrime di Coccodrillo. Una volta giunta  a valle, il fragore delle acque del Grande Fiume le impedì di tenere le minuscole orecchie aperte e se le tappò con la buccia. Si fece coraggio, decise di tuffarsi in acqua per passare dall’altra sponda e proseguire lungo il sentiero, senza una vera destinazione. La mela ricordò all’improvviso che l’albero le aveva raccontato delle Mele Antenate che mai avevano fatto ritorno, una volta cadute o staccate per mano dell’uomo. Per un brevissimo istante provò un vero terrore, stava quasi per voltarsi e rotolare indietro in attesa dell’alba, ma poi fece un saltello, prese la rincorsa e spiccò un lungo salto; tuttavia non bastò ad arrivare sana e salva sulla sponda opposta e cadde fra le acque possenti del Grande Fiume.
– Ecco – pensò – è arrivata la fine per me! Ma forse è meglio questo, che finire al mercato… E’ la libertà, questa?
La mela però resistette per un bel po’, trovo dentro di sé una forza inaspettata e non si diede per vinta fino a che non fu in grado di galleggiare come se fosse la cosa più naturale del mondo. Un falco la vide da lontano, con i suoi occhi prodigiosi, e da animale freddo e razionale, per la prima volta pensò ad una stregoneria: “Madre Natura! Nelle notti di luna piena bisogna stare attenti! Niente serpenti o tartarughe, stanotte. Mi riscaldo i topolini di ieri…”.
La piccola mela, ignara dei pensieri del falco, intanto cominciava a prenderci gusto. Non solo riusciva a restare a galla, ma anche fare capriole e tuffi.
– Dev’essere questa, la felicità! – disse. Un pesce-violino che passava di lì per caso restò sconvolto dal vedere una mela capace non solo di parlare ma anche di nuotare e così iniziò a muovere le pinne dorsali all’impazzata e si allontanò dalla mela, nuotando controcorrente. Arrivò in un anfratto dove sapeva di trovare la Grande Carpa Madre, che aveva ben ottocentosessantanove anni, anche se in molti malignavano a tal proposito, perché sostenevano che la Grande Carpa Madre avesse molti anni di più.
La Grande Carpa Madre avrebbe sicuramente fornito delle valide spiegazioni riguardo alla mela e alla stranezza che rappresentava.
– No – disse al pesce-violino alzando le sopracciglia molto lentamente – da che mondo è mondo una mela che parla e nuota non si era mai vista… Pesce-violino, sei sicuro di non aver bevuto troppa birra di trote?
– Grande Madre, mi permetto di ribadire che un pesce-violino non beve mai se non per la festa di tutti i pesci e alle finali dei Giochi del Grande Fiume, ogni quattro anni – rispose il pesce-violino, un po’ offeso.
– Ebbene, Madre Natura evidentemente vuole dirci qualcosa nella sua lingua misteriosa… – disse la Grande Carpa Madre, aggiungendo: – Quando i pesci cadranno dagli alberi e le mele nuoteranno verrà il Buio Eterno!
– Oh… – esclamò atterrito il pesce-violino, – S…s…speriamo allora di non vedere mai un pesce cadere dall’albero!
La piccola mela, intanto, era giunta alla foce del Grande Fiume, e in poco tempo si ritrovò nell’acqua salata dell’immenso mare, non più sospinta dalla forza delle acque del fiume. Si fermò non lontano dalla foce e riprese fiato. Non credeva i propri occhi: il cielo notturno sembrava un immenso albero carico di tante stelle immobili e lontanissime, la luna sembrava una enorme lucciola posta da Madre Natura a metà strada tra cielo e mare. Mentre fantasticava innanzi a quello spettacolo per lei impossibile anche solo da immaginare fino a qualche ora prima, un pesce guardia giurata le si avvicinò.
– Chi sei? Cosa ci fai qui? – domandò alla mela, che si spaventò.
– Io? Io… sono una mela.
– Lo vedo. Oltre a questo, cos’altro sai dirmi?
– Sono caduta dall’albero e ho deciso di rotolare fino al Grande Fiume. Volevo passare dall’altra parte ma sono caduta in acqua, e per sopravvivere ho dovuto imparare in fretta a nuotare – disse la mela, educatamente.
– Ah sì? Se è vera questa storia, allora io sono una banana! – rispose il pesce guardia giurata, adirandosi.
– Una banana? – disse la mela, mettendosi a ridere – Ma tu non sei un pesce?
– Sei anche spiritosa? Ma bene, benissimo! Ora ti faccio vedere io cosa fa una ban… un pesce guardia giurata! – urlò il pesce, furente. Mai, una mela fino ad allora aveva dato della banana ad un pesce. Così il pesce guardia giurata, che in fondo svolgeva il proprio lavoro, scortò la sfortunata mela alla Dogana delle Acciughe, l’ufficio della Marina Ittica che si trovava ad ogni foce dei fiumi. Questo ufficio serviva al riconoscimento di tutto ciò che proveniva dai fiumi per riversarsi in mare. Calamari, ostriche, merluzzi, orate e altro personale verificavano minuziosamente, ogni giorno, senza sosta, l’afflusso di animali e mercanzie dai fiumi. Secondo le leggi, non più del 10% di ciò che si trovava nel mare poteva provenire dai fiumi.
– Ma bene! – esclamò un calamaro in divisa, – Dopo il tramonto abbiamo raccolto due scarpe spaiate, una ruota sgonfia e uno scaldabagno! Nuovo, per giunta. Ci mancava una mela metà rossa e metà verde!
– E fa anche la spiritosa, tenente – aggiunse il pesce guardia giurata, con sussiego.
– Ma veramente io non faccio la spiritosa – risponde prontamente la mela, – anche perché da noi si dice che i pesci siano stupidi, e non capiscono un bel niente.
– Comecomecome? – intervenne il tenente calamaro, sbalordito, – Questa mela non solo parla e riesce a stare sott’acqua, ma sa anche offendere! Per tutti i gamberetti! Dopo aver visto un’acciuga ritornare dallo stomaco di un gabbiano pensavo di averle viste tutte, ma questa mela batte tutto!
– Che ne facciamo, tenente? – intervenne il caporale nasello.
– Visto che in terraferma hanno delle poco gentili opinioni sul nostro conto, credo che a questa mela da quattro soldi farà bene passare un po’ di tempo alla Fossa delle Ostriche, in attesa di decidere come regolarsi – sentenziò il tenente calamaro.
La piccola, innocente mela non riusciva a comprendere cosa avesse fatto di male. Si sentiva in difetto per aver abbandonato l’albero e le altre mele, ma non per altre ragioni. Non disse nulla, ma sussurrò: – Ho scoperto l’ingiustizia… E la stupidità.
Fu trascinata alla Fossa delle Ostriche e si sentì improvvisamente stanca, senza forze, più che spaventata. Venne rinchiusa in una lavatrice arrugginita da due seppie carcerarie. Sconfortata, debole, solo dopo pochi istanti di gioia, di assoluta meraviglia, stava quasi per addormentarsi, al buio delle profondità marine. Ma ad un certo momento, qualcuno bussò al cerchio di vetro della lavatrice. La mela non si spaventò, ma si infastidì perché aveva un gran bisogno di riposare.
– Mela! Avvicinati! Subito! Stai rischiando grosso! – disse una voce fuori.
– Chi è? – disse la mela.
– Avvicinati al vetro e parla a bassa voce! – disse la voce.
La piccola mela si avvicinò lentamente. Un pesce lampadina si accese appena per fare un po’ di luce e la mela vide un altro pesce, veramente brutto a vedersi.
– Sono uno scorfano. Io voglio salvarti, non resisterai a lungo nell’acqua salata. Non puoi guardarti, ma sei tutta raggrinzita dal sale. Devi uscire da qui! Ti scorteremo fino alla foce del Grande Fiume.
– Oh… Ecco perché mi sento debole… Grazie caro pesce. Mi dispiace che tu sia tanto brutto – disse la mela.
– Non è così importante, adesso. E poi, ci sono abituato. Preferisco starmene sempre in fondo al mare. E non posso sopportare che si faccia del male ad un essere innocente come te.
– Sei gentile. Ho capito cos’è la gentilezza. Ma come farò ad uscire da qui?
– E’ semplice. Vai in fondo, c’è un buco. Tu puoi passarci. Tempo fa hanno rinchiuso qui un pupazzo di stoffa senza un occhio, ma non ce l’ha fatta. Eccolo, è proprio lì. Lo vedi?
– Oh sì… poverino!
– Bene, tu sarai più fortunata di lui. Vai ora!
La mela trovò il buco e uscì silenziosamente. Il pesce lampadina si spense, e con lo scorfano scortarono la mela verso il Grande Fiume nuotando sul fondo del mare.
All’improvviso, spuntando dalla sabbia, una sogliola sbarrò loro il passaggio.
– Fermi tutti! Dove andate? – disse la sogliola.
– Sogliola – disse lo scorfano, – lasciaci passare se non vuoi fare una brutta fine.
– Ah… Capitan Scorfano? Sono mortificato… Non ci vedo bene e non avevo capito che fosse lei! Mi perdoni!
– Sì, sì, sta’ calma. A nanna, adesso.
– Ah, questa dev’essere l’autorevolezza! – disse la mela.
La sogliola sparì sotto la sabbia in un baleno e i tre proseguirono. La mela era sempre più debole e sofferente, tanto che ad un certo punto il pesce lampadina prese un minuscolo pezzetto di corallo e lo conficcò nella mela.
– Ahi! – disse la mela.
– Ecco, questo è il dolore – disse lo scorfano, – ma è un dolore necessario. Il mio amico pesce lampadina ti trascinerà fino al Grande Fiume. Ad un certo punto ci separeremo, quando sarai al sicuro. Stai tranquilla, ora.
La mela si assopì e avrebbe voluto dire che l’altruismo era una faccenda interessante ma non ci riuscì.
Al risveglio si sentì meglio, era ancora tutto buio e si sentiva trascinare dal pesce lampadina. La buccia era di nuovo turgida e lucente. Sentiva di essere contro corrente.
– Sei sveglia, piccola mela? Bene. Siamo nel Grande Fiume. Ora prova a nuotare in questa direzione. Noi dobbiamo tornare al mare. Ce la farai. Buona fortuna! – disse lo scorfano.
– Oh… Mi sento molto meglio. Sento che sto provando una cosa, sarà la gratitudine. Sono sicura che non ce l’avrei fatta senza di voi. Avrei fatto compagnia al pupazzo senza occhio per sempre… – disse la mela, e dopo un istante, continuò: – Ho voglia di piangere. Qualunque cosa significhi. Ci rivedremo, un giorno?
– No, piccola mela. Solo se sarai di nuovo spericolata e arriverai al mare. Ma non accadrà, perché diventerai grande, metterai giudizio – rispose lo scorfano.
– Diventare grande… E finire al mercato… No! Non voglio! Voglio tornare con voi! – disse la mela, frignando. Il pesce lampadina staccò delicatamente il pezzettino di corallo conficcato nella mela. La mela non provò dolore, stavolta.
– Su, su, calmati! Sei una tenera e dolce mela, torna al tuo albero e chissà che non accadano altre cose belle. Non si sa mai, Madre Natura a volte riserva belle sorprese, non te ne sei resa conto anche tu?
– Sì… – rispose la mela, allontanandosi lentamente a pelo d’acqua. Poi si voltò e disse:
– Pesce lampadina! Perché non hai detto niente finora?
– Perché i pesci lampadina sono muti. Addio, piccola mela! E stai in guardia! – disse lo scorfano, e sparì con il pesce lampadina.
– Muto… Che tristezza essere muti! Ma ha un dono che soltanto le lucciole hanno. E ora che ci penso, anche le lucciole sono mute. Significa che ognuno di noi sa fare qualcosa e non può fare tutto. Cosa so fare io? – disse la mela tra sé e sé.
Dopo un bel po’ di tempo l’aurora e poi l’alba illuminarono il fiume e tutta la vallata. Si potevano scorgere tanti alberi diversi, prati e fiori a perdita d’occhio. La mela era meno spaventata. Seppur molto stanca dal nuotare contro corrente, riconobbe il sentiero che l’avrebbe riportata all’albero e alle sue sorelle mele. Sì fermò sotto una sponda, dove il Grande Fiume scorreva con meno impeto. Saltò su un fascio di rami rinsecchiti. Si rilassò, asciugandosi al lieve tepore mattutino. Si sentiva felice. Poco lontano, su una radura, due lepri saltellavano allegramente, ma quando videro la mela, si fermarono come colpite da un fulmine. La mela vide le lepri, che ogni tanto passavano sotto al suo albero e le riconobbe.
– Per tutti i conigli grassi! Una mela azzurra! Una mela azzurra! – disse una delle lepri.
– Chi, io? – disse la mela alle lepri.
– Sì, mela azzurra! Da dove vieni? Da un altro mondo? – disse l’altra lepre.
– Oh no! Io sono nata qui! Come voi! Vi ho visto qualche volta saltellare sotto al mio albero, con le mie sorelle mele.
– Davvero? Noi non ti abbiamo mai vista prima, ne sono sicura. Addio!
– Se lo dite voi… Addio! – disse la mela, che pensò a quanto le lepri non fossero poi tanto più sveglie dei pesci.
– Io… azzurra? – disse la mela, sorridendo. Poi pensò:
– Sarà divertente far vedere all’albero e alle mie sorelle come sono cambiata in meno di un giorno!
Dopo un bel po’ di tempo, con il sole più alto nel cielo, la mela era riuscita a passare agilmente dall’altra parte del fiume, saltellando e rotolando allegramente, piena di gioia per il ritorno a casa, per le tante cose viste e vissute, ansiosa di raccontare tutto al suo amato albero e alle sue care mele.
Vide in lontananza la cima dell’albero e cominciò a piangere di gioia. Rotolò più in fretta che poteva, con le forze residue che le restavano. Una volta giunta ai piedi dell’albero, si fermò e non osò alzare lo sguardo.
– Caro albero, care sorelle, sono tornata! Spero che non siate state in pensiero per me. Ho tante cose da raccontarvi! C’è un mondo meraviglioso non molto lontano da noi! Noi mele che finiamo in pasto agli uomini senza sapere nulla, senza sapere perché, senza conoscere altro che il giorno in cui verremo portate via dalle loro mani, senza poter decidere, senza poter capire… Non è giusto tutto questo! Ognuna di voi può e deve scendere dall’albero e andare dove le pare! Anche voi potete diventare azzurre! Non è vero che le mele possono essere solo gialle, o rosse, o verdi! Guardatemi! – disse la piccola mela azzurra, fremendo, come scossa da tante piccole scariche elettriche.
Né l’albero né le mele dissero nulla. Così la mela azzurra aprì gli occhi e scoprì con terrore che non era rimasta nemmeno una mela sull’albero. Tutte le sue sorelle erano state portate via. L’albero le sembrò triste, spento, con i rami vuoti ed inutili.
– E’… questa la morte? Non è possibile… Albero, albero caro, di’ qualcosa!
L’albero non rispose, si limitò ad ondeggiare.
– Non merito nemmeno una risposta? So cosa pensi, saggio albero… E in fondo lo penso anch’io.
Detto questo, la mela si allontanò dall’albero, scelse un lembo di terra che le appariva più adatto e dopo aver cominciato lentamente a scavare, si sotterrò, in attesa che la pioggia, il vento, il sole e le stagioni e l’intervento di Madre Natura facessero ciò che è stato sempre giusto, da che mondo è mondo.

Qualcosa di nuovo, ogni giorno

Il professor Trinca osservava un suo giovane allievo d’un tempo, un giovane di bell’aspetto con meno di trent’anni, uno dei tanti, seduto di fronte a sé, cercando di nascondere la soddisfazione per quella visita inaspettata. Non riceveva molte visite, negli ultimi tempi. La moglie, i figli, il gatto e i libri, tanti libri subiti e non vissuti, come diceva sempre. Era quello che aveva, era tutto quello che aveva costruito. E poi, l’insegnamento.
– Com’è che ci diceva sempre, professore? Non si dovrebbe mai aver timore d’imparare qualcosa di nuovo ogni giorno. E’ questo che rende l’uomo giusto un pochino più sveglio d’una scimmia – disse il suo allievo, imitando il tono del professore – Questo è e resterà l’unico consiglio che mi preme darvi: non fermatevi mai.
Il professore sorrise e annuì. Guardò qualcosa d’invisibile fuori dalla finestra. Gli venne voglia di un brandy e si accese un sigaro. Il ragazzo rifiutò il sigaro e il brandy, e si accese una sigaretta, non senza un lieve imbarazzo. Il professore lo osservava, quasi con una nostalgica aria di bonario rimprovero. Le nuvole di fumo del sigaro e della sigaretta si incontrarono a mezz’aria. Al professore piacevano i sigari e il brandy ma non fumava e beveva spesso. Non lo faceva da un bel po’, almeno. Erano molte le cose che non faceva da un bel po’.
– Hai seguito il mio consiglio? – chiese il professore.
– Credo di sì.
Continuarono a parlare di molte cose. Passò un’ora, poi un’altra. Non se ne resero conto. Erano le sette di sera di un marzo indecifrabile e si fece buio. Il ragazzo voleva salutare il professore, sperando di non essere stato troppo invadente, e banale. Aveva conservato una certa soggezione, a distanza di una dozzina d’anni.
– Ma dimmi, Alberto – disse il professore, alzandosi dalla poltrona – com’è finita poi con… Bea, Beatrice, giusto?
Il ragazzo si alzò e abbassò lo sguardo.
– Beatrice, sì. Beh, è finita – disse il ragazzo, con un sorriso triste.
– Racconta, via! Eravate fatti l’uno per l’altra. Eravate, come posso dire,  complementari. Mi verso un altro goccio di brandy. E’ buono, ogni tanto.
Il ragazzo sospirò, si grattò la fronte e si passò entrambe le mani fra i capelli. Attese qualche secondo prima di rispondere. Il professore si rese conto immediatamente, ma già troppo tardi,  di aver toccato un argomento temuto. O addirittura sperato, in un certo senso. Si versò un altro po’ di brandy e si sedette lentamente sulla poltrona.
– Professore, io pensavo a Bea ogni giorno, ogni notte. Scrivevo di lei, cantavo per lei, disegnavo lei. Sempre. Sin dal primo istante del primo giorno di scuola. Avevamo da poco quattordici anni! Mi sono preso molte prese in giro. Ma ne valeva la pena. Io lo sapevo che ne valesse la pena. Il semplice pensiero di rivederla il giorno dopo mi faceva svegliare col sorriso. E al contempo con un senso di angoscia così profondo, e così inspiegabile, da paralizzarmi al minimo screzio, al minimo disaccordo. Quando ci siamo diplomati, lei partì con alcuni del nostro gruppo. Io no, perché non potevo permettermelo. Lei partì lo stesso. Era cambiata molto, negli anni. Era diventata una donna molto in fretta – il ragazzo tornò a sedersi.
– Sì… – disse il professore, con un improvviso lampo negli occhi, – era mooolto matura per la sua età.
– Eh, sì. Troppo, professore -, disse il ragazzo. Si accese una sigaretta. Dopo qualche istante, poggiò la testa all’indietro, allungandosi sulla poltrona, guardando il soffitto e aspirando avidamente.
– Se non ritieni sia il caso di parlarne oltre, stai tranquillo, Alberto – disse il professore, temendo però che quella storia interessante non potesse proseguire.
– Ti confesso però che pensavo sareste rimasti sempre insieme, voi due. Un vero peccato – disse il professore, versandosi dell’altro brandy.
– No, professore, anzi, probabilmente mi è d’aiuto parlarne con lei. Da quella partenza non ci siamo più rivisti, io e lei. Né sentiti. Mai più. Mai più. Ma giusto l’altro ieri io l’ho rivista. Dopo dieci anni. Non mi ha neppure riconosciuto, ed eravamo a pochi centimetri, in un negozio di abbigliamento. E’ esattamente uguale a prima, sembra persino più giovane, e bella. Bellissima… Ha solo accorciato i capelli.
– E poi? – chiese il professore, che si era versato ancora un altro bel po’ di brandy e si era avvicinato al ragazzo con la poltrona, tendendosi in avanti, con i gomiti sulle ginocchia.
– E poi? Niente. Non mi ha riconosciuto, cos’avrei potuto dire? Cos’avrei potuto fare? Ho pensato ai primi anni, bellissimi, indimenticabili anni con lei, da ragazzini. Poi a quelli terribili senza di lei. Sono scappato fuori dal negozio con un qualcosa in mano, tanto che si è messo a suonare l’allarme. Mi sono sentito a metà tra un idiota e un verme, e per poco non chiamavano la polizia. Avrei tanto voluto dire perché ero scappato via in quel modo. Lei mi aveva guardato appena, dopo aver sentito l’allarme. E non mi aveva riconosciuto. Ma com’è possibile? Professore, com’è possibile che a distanza di dieci anni, solo per un po’ di barba e qualche chilo in meno, non mi abbia riconosciuto?
– E’ perché non ti ha visto. O ha finto di non riconoscerti. Semplice. Porco…
– Non è possibile. Io sono sicuro che non mi ha riconosciuto. Ma è una cosa assurda, oscena!
– Albertino, Albertino… – disse il professore, un po’ rosso in volto, con una strana smorfia che tentava di diventare un sorriso – tu avevi tanti pregi da alunno, ma noto che hai tutt’ora la testa un po’ fra le nuvole, e tendi ad idealizzare le persone, le situazioni. Non si fa! Adesso hai quasi trent’anni. E’ tempo di voltare pagina. Prima mi hai detto che non ti eri fermato. Devo pensare che sia una bugia? Eh eh eh! Non si dicono le bugie! Le dice solo il demonio, le boo-gie! La vita continua! Anche se è un cavallo cieco, la vita. Ti sei fermato, Alberto? La vita è una mer-da.
Il ragazzo era troppo nervoso e non aveva notato nulla di strano nel professore.
– Non mi sono fermato, professore. Ho voltato pagina molte volte, in vita mia. Senza una madre, senza soldi, senza prospettive… Avevo lei, però. I miei anni più belli, e poi… dieci anni di… di niente.
– Di niente… – balbettò il professore, con gli occhi chiusi. Si versò un altro brandy, lo buttò giù tutto d’un fiato e poi buttò fuori di casa Alberto, il suo giovane alunno dei bei tempi andati.

Titoli di corda

Fine dell’anno, tempo di recriminazioni, rimorsi e sospiri di sollievo? Non sia mai! Non bisognerebbe mai guardare a se stessi, ma solo impicciarsi dei fatti altrui, possibilmente tenendosi a distanza di insicurezza.

È stato un anno duro, si dice. Oltre alla “terza guerra mondiale” a macchia di leopardo (dividi et disintegra), per definizione francescana, ovvero papale, c’è stato molto altro. Migranti affogati nel Mediterraneo, attentati sconvolgenti, Trump presidente degli Stati Uniti, Bob Dylan premio Nobel della Letteratura, la post-verità, i terremoti, la povertà, le epidemie, le crisi monetarie… Orbene, non è stato tutto a tinte fosche, è giusto dirlo subito: c’è stato anche tanto orrore, in salsa di follia, su un letto di nichilismo. Talmente tanto, ma talmente tanto, che non è il caso di continuare a scrivere.

Buon 2017. Sarà di sicuro migliore di tutto questo. Salvo imprevisti. 

Il Bene senza il Male

Signore e Signori, io questa sera vorrei dimostrarvi di come sia facile fare del male e come invece sia difficile fare del bene. Facciamo finta che lo spettacolo sia già terminato, o debba ancora iniziare. Siamo delle persone che si ritrovano in questo posto per caso, come su un treno.
Immaginate la vostra reazione, se io, ad esempio, ora, qui, davanti ai vostri occhi, prendessi questa penna e la conficcassi nel petto di questo signore in prima fila, o nello stomaco di questa bella signora qui.
No, rimanete tranquilli, è solo un po’ di solletico alla vostra immaginazione!
Una pazzia, certamente. Subito qualcuno di voi, tra le urla, avrebbe il coraggio di fermarmi, buttarmi a terra, immobilizzandomi; qualcun altro scapperebbe via di corsa; altri, lievemente in disparte, né coraggiosi né codardi, discuterebbero su chi sia più giusto contattare per primo tra la pubblica sicurezza o l’ospedale, magari specificando di portare con sé una camicia di forza o un fucile, con quei sedativi che avete visto qualche volta in TV, mentre vi gustavate un documentario sulla bellezza degli orsi bruni.
Sarebbe semplicissimo fare del male, e di tale impresa ne parlerebbero giornali, internet, magari non solo locali.

Dunque, ora immaginate, con la stessa forza, che io invece sia improvvisamente propenso a fare del bene. Cosa dovrei fare? Beh! Potrei rivolgere, con un tono di voce confidenziale e un’espressione evidentemente seria, con grande serenità, un complimento a quest’altro bel signore con la barba, apprezzandone il portamento, o lo sguardo, o la cura con cui ha abbinato la cravatta alla camicia.  Suonerebbe un po’ bizzarro, per alcuni passeggeri lusinghiero o magari canzonatorio, seppur ben mascherato dalla gravità di cui prima; qualcuno, forse più malizioso, penserebbe addirittura che stia facendo delle avances in modo spudorato. Il signore si troverebbe a disagio e penserebbe, anche in questo caso, ad un originale, o direttamente ad un maniaco.
Ecco, pensateci: non è facile rivolgere dei complimenti sinceri al prossimo, che magari tanto ci farebbero piacere, nel riceverli, soprattutto se l’autore di questi complimenti è riuscito a colpirci in un punto che, inconfessabilmente, noi sappiamo essere uno dei nostri punti forti. Noi, diciamolo pure, abituati a vivere, più o meno, nell’indifferenza generale, in attesa che qualcuno noti un nostro talento, o i nostri bei capelli, o la nostra cultura generale o la nostra bella automobile…
Proseguiamo con il nostro studio empirico. Ora tenterei di fare del bene in un altro modo: mi chino in avanti col busto e do un bacio in fronte a questa bella ragazza. Come ti chiami?
Lei rimarrebbe sconcertata, si divincolerebbe, cercherebbe l’aiuto di voialtri passeggeri, che dormite, o guardate dal finestrino, o ascoltate musica, con gli occhi bassi, per paura che qualcuno possa incrociare i suoi occhi con i vostri. Con i tempi che viviamo, non si sa mai, eh?
Eppure, un bacio di per sé non è affatto un gesto cattivo, tutt’altro. Ma sarebbe una violenza darlo ad una sconosciuta, così, all’improvviso. Magari un’altra non se ne meraviglierebbe affatto e, avendomi adocchiato poco prima, sarei potuto essere il suo tipo, e dopo lo stupore iniziale potrebbe ricambiare questo gesto affettuoso. Però, non ci siamo: questo tipo di bene è ancora soggetto alle opinioni e alle circostanze.
A differenza del male, ne converrete.
Non si può conficcare una penna nello stomaco o in un occhio di qualcuno, nemmeno scagliandosi contro un essere spregevole, un farabutto, una persona verso cui nutriamo odio e ripugnanza. Se qualcuno, tra voi, rispondesse: – Io lo farei eccome! – altro non sarebbe che una puntuale conferma del fatto che… E’ molto, troppo semplice, fare del male.

Ma continuiamo. Passiamo allo sterco del demonio, al danaro.
Se io prendessi una banconota da cinquanta euro, e ne facessi dono ad un viaggiatore qualsiasi accanto a me, senza assumere quell’espressione di superiorità malcelata del ricco che dona al povero, ma solo perché mi va di fare del bene, perché sento che quella persona potrebbe avere bisogno di quattrini più di quanto ne abbia bisogno io, forse perché mi sembra vestita modestamente, o perché ha un’aria pensosa, corrucciata, preoccupata; in una parola: infelice. Ecco, non farei del bene, secondo voi? Non ho quindi trovato un metodo per fare del bene senza che nessuno ci trovi da ridire? Insomma, oltre le opinioni e le circostanze? Sì, vi anticipo: il beneficiato di tale atto di generosità potrebbe rimanere a bocca aperta, non capire, balbettare. Penserebbe ad uno scherzo di cattivo gusto, o di trovarsi, ça va sans dire, al cospetto di un matto, non conoscendo, presumibilmente, quella bella parola: filantropia. Amore per prossimo, per l’altrui benessere. Non male…
E’ chiaro che la Necessità, la vera schiavitù degli uomini dalla notte dei tempi, probabilmente porterebbe quell’uomo a non farsi troppe domande, a dire grazie e magari… cambiare vagone, ché non si sa mai…
Permettetemi una battuta! Il nostro resta un discorso molto, molto serio.
Ma allora possiamo concludere che, per fare del bene, bisogna dare dei soldi a degli sconosciuti? E l’amicizia sincera, l’amore, la fedeltà, l’abnegazione, l’altruismo?
Sarete d’accordo che, in un treno con degli sconosciuti, è un pochino difficile dimostrare amicizia, amore, fedeltà eccetera. Anche opinioni e circostanze rendono queste belle parole assolutamente fuori luogo. Non viaggiano sul nostro treno.
Insomma, quando all’inizio vi ho anticipato che fare del male è molto più semplice che fare del bene, era la dura, pura, banale verità?
Sì!
Eh sì! Vi sembrerà troppo semplice, e imperfetto, e cinico, il nostro esempio,  care signore e cari signori, ma è proprio così.
Ora non siete più gli immaginari passeggeri di un treno che non va da nessuna parte.
Ritorniamo tra noi. Scendiamo dal treno.
Se mi concedete che l’unica verità immacolata della nostra esistenza consista nel fatto che anche la verità è un concetto soggetto alle opinioni e alle circostanze, io credo che nell’adoperarsi a fare del bene puro ci sia, o meglio, occorra, molta più follia che nell’adoperarsi a fare del male.
Fare del bene comporta un superamento di se stessi, richiede uno sforzo quasi sovrumano, una volontà alla base, e non come mezzo o fine.  Un qualcosa che viene prima di religioni, morale, etica, buonsenso, prassi, ipocrisia e quant’altro, oltre le opinioni e le circostanze, qualcosa che ha a che fare con l’Essenza. Quanto è difficile essere buoni amici, buoni compagni di vita, buoni cittadini e quant’altro? Eppure, quella voce dentro di noi, che ciascuno possiede, anche chi ne sembra totalmente sprovvisto, quel sussurro che sgorga dal nostro animo, che ora ci ammonisce e ora ci conforta, come se ci governasse senza farsi notare in superficie, cos’è? La nostra Coscienza? Un atomo instillato da un Dio che, legandosi a tutta la materia, al Caso, o al Destino o a chissà cosa, ci dà la forma, la forza, ovvero la Vita?
Allora voglio, oso dire questo: che il Bene è la Vita, è l’enorme, inesprimibile forza generatrice alla base dell’esistenza umana, e se vi sembra un’affermazione scontata, ve ne aggiungo un’altra meno ovvia: il Male è solo una miserabile, sconcertante nella sua pochezza, nella sua facilità, nel suo essere bestialmente consolatoria, scoria del Bene.

Sì: il Male è una scoria del Bene, che presto o tardi riuscirà a liberarsi da tutte le imperfezioni, le erbacce, i chiaroscuri; per dare, un giorno lontano, ai confini dell’infinito, il più bel frutto mai concepito.

Il Nobel Sotterraneo dei Buffi Misteriosi

Mi sono svegliato più tardi del solito, dopo una notte-mattina passata a leggere Justine o le disavventure della virtù, vedere video divertenti e altre cose che già ho dimenticato. Tutte cose importanti, comunque.
Mia mamma, mentre mi porta il caffè, mi annunzia che Dario Fo se n’è andato. Non in cielo, lui non ci credeva molto, al cielo. Probabilmente però credeva nella santità di alcuni uomini. Nella follia, nella satira, nella protesta, nella libertà di pensiero. Nella moglie Franca Rame, sessant’anni l’uno per l’altra, senza pareti divisorie, erano una cosa sola, dal ’52 al 2013, quando lei lo ha salutato per l’ultima volta, facendogli uno scherzo, a lasciarlo solo, a fregarlo sul tempo. Ma chi può dirlo, che non si rivedranno, da qualche parte? L’altro protagonista di questo giovedì 13 ottobre 2016 avrebbe sentenziato: just remember, the death is not the end. Ma procediamo con ordine.
Mi ha dispiaciuto molto la dipartita del novantenne Dario Fo, di Sangiano, Milano, 24 marzo 1926,  premio Nobel della Letteratura nel 1997, attore portentoso – aggettivo calzante, basta vederne qualche video, anche da anzianissimo lucidissimo con gli occhi vivissimi -, persona di spirito e cultura, amore e generosità e qualche abbaglio sparso per la propria lunga e gloriosa e attiva vita.
Mentre scrivo sto ascoltando Blonde on Blonde di Bob Dylan, il primo album doppio della storia del Rock, uscito nel 1966. Uno dei miei dischi preferiti in assoluto.
In questi giorni Dario Fo mi era tornato in mente, pensando a qualcosa da scrivere a livello teatrale. Un po’ di sana messinscena divertente e arguta. E brillante.
Lui è stato presente nella mia vita sin da quando iniziai il liceo e iniziai ad ascoltare Mr. Dylan, un po’ per caso, un po’ perché entrambi mi sembravano personaggi interessanti, che avevano qualcosa da offrirmi, e io ero curioso e capii di essere al cospetto di persone di spessore e artisti ricchi, profondi, veri. Tra il 2000 e il 2001, con Berlusconi di nuovo al potere, la morte di Indro Montanelli (sì, leggevo con grande interesse da un paio d’anni la sua Stanza nel Corriere della Sera, e me la ricordo così bianca, triste e vuota, il giorno dopo la sua morte), il disastroso G8 di Genova, con scontri tra pazzoidi provenienti da tutto il mondo, una polizia neo-fascista e Carlo Giuliani morto a terra, con l’estintore anch’esso inanimato… E poi, l’Evento degli Eventi: l’Undici Settembre, 9/11 per gli americani. Uno spartiacque, altro che fine della Storia. In quel clima crescevo e cominciavo ad avere un sacco di idee e di passioni e idiosincrasie (soprattutto), che data la mia cautela e il mio senso della misura ho sempre soppesato senza farmi mai travolgere o prendere in giro oltremodo. Lungimiranza.
Come sotto la voce “lungimiranza” va posta la scelta di aver cercato e trovato buoni punti di partenza, con il teatro di Dario Fo e la musica di Bob Dylan. Dopo una quindicina d’anni, nello stesso giorno, dopo un’ora dall’aver appreso della morte di uno, nei titoli che scorrono in tv sulle immagini del maestro italiano, scopro che Robert Allen Zimmerman, in arte (e poi legalmente) Bob Dylan, Duluth, Minnesota, Stati Uniti, 19 maggio 1941 – ha ricevuto il Premio Nobel della Letteratura “per aver creato, nel quadro della grande musica americana, un nuovo modo di espressione poetica”, ecco le parole della commissione.
Mi sono sentito, lo confesso, come se una piccola parte del premio andasse anche a me. Da quando mi capitò di avere fra le mani Highway 61 Revisited, compact disc allegato al settimanale L’Espresso, a quattordici anni, nel periodo delle Olimpiadi di Sidney, non ho mai smesso di ascoltarlo, di averlo come punto di riferimento e riscontro, come una sorta di testimone-amico immaginario della mia vita. In pochi anni posso dire di essere diventato un suo appassionato e informato cultore (ma non a-critico, ah no: Saved è il peggior album di tutti i tempi!) e ha avuto un’influenza enorme sulla mia formazione e sul mio carattere, sì, come credo sia capitato a milioni di persone in tante parti del mondo, dal 1962 ad oggi. Da The last thoughts of Woody Guthrie alle canzoni di Sinatra reinterpretate alla Bob. Parliamo di una figura piccola piccola ed enorme, spropositata, con un’eco che raggiunge latitudine omeriche, disse profeticamente un grande autore italiano cotto di Bob, Francesco De Gregori.
Dario Fo mi fece capire che si deve dire la verità e lo si può fare senza timori per il Potere e ridendo con la bocca spalancata. Una rivelazione. Così come Bob mi rivelò che in pochi minuti di chitarra, voce, armonica e misteriosi versi si può dire e dare tutto. Poesia, ovvero magia (Like a Rolling Stone), malìa (Desolation Row), protesta (“tutte!”), ira funesta (Masters of War), profonda indignazione (The Lonesome Death of Hattie Carroll), amore (tante) e altre cose che ci coinvolgono e ci toccano durante il corso della nostra vita: fede, speranza, carità, cocomeri, separazioni sanguinose, bei-tempi-andati, sperimentazioni, recriminazioni, alterazioni sensoriali, burlesque…
Bob Dylan è stato un’enciclopedia tascabile, dal cuore alla mente, dagli occhi alle mani e alle orecchie. My back pages è la canzone che ogni giovane dovrebbe conoscere e cantare a squarciagola. E magari, subito dopo, vedere uno spettacolo di Dario Fo. Entrambi hanno un che di eterno. Non tutta la loro opera è stata strettamente correlata alla realtà storica intorno, ma si è spinta oltre, nei secoli dei secoli. E rimarrà. L’ Arte non teme la morte, né i Premi Nobel.

(Mentre concludo, ascolto John Wesley Harding, l’album del 1968, quello dopo l’incidente sulla Triumph Bonneville, che per poco non gli evitava il Nobel, a Bob… Dopo vedrò un’ultima battuta di Dario Fo e andrò a dormire, sperando che mia nonna non debba operarsi di nuovo all’anca. La vita è fatta essenzialmente di musica, teatro, e operazioni all’anca. Nient’altro. Ah, e metafore, certo.
Com’è bello ascoltare un album dall’inizio alla fine, senza interruzioni!).

Una persona perbene

Io, devo ammetterlo, sono proprio una persona perbene!
Sì, sì, ve lo garantisco! Potrei dichiararlo apertamente anche nel mio curriculum!
“SONO UNA PERSONA PERBENE – c’è scritto – COS’ALTRO POTREI AGGIUNGERE?”
Beh, dovrei dire inoltre che possiedo un certo senso dell’umorismo.
Proprio l’altro ieri, per… lavoro, ero… ad un colloquio di lavoro, e l’impiegato mi fa: “Mi scusi, lei dice di essere una persona perbene… ma a noi serve uno che sappia fare i conti. Lei è pratico di contabilità, partita iva ecc?
– No! – ho risposto.
– Beh, allora lei non fa al caso nostro, ci dispiace.
– Ma come?! non vi serve avere in azienda una persona perbene?
– Veramente no, ci serve un ragioniere.
– Ah! Perché, un ragioniere secondo lei non può essere una persona perbene?
– Sì sì, per carità… volevo dire che a noi serve un bravo ragioniere…
– INDIPENDENTEMENTE DAL FATTO CHE SIA OPPURE NO UN PERSONA PERBENE! Ho capito il suo gioco, caro mio!
– Ma non è così!  intendevo dire che…
– CHE ALLA VOSTRA AZIENDA NON INTERESSA DARE LAVORO AD UNA PERSONA PERBENE! L’IMPORTANTE E’ CHE SAPPIA FARE IL RAGIONIERE! EH!
– Ma no, ma no, ma cosa dice… ci interessa un bravo ragioniere che sia anche una persona perbene.
No! Orrore! Ho capito bene cosa mi ha appena detto? “ANCHE UNA PERSONA PERBENE”? Si vergogni! Dovrebbe dire: in-nan-zi-tut-to! Mi meraviglio di lei! Ah!
– Ma cosa dice! E poi, chi la conosce! Mi meraviglio di lei… Ma vedi stamattina cosa mi doveva capitare… la prego, se ne vada! Lei è un pazzo!
– AH! AH! Peggioriamo la situazione! Adesso i pazzi non possono fare i ragionieri! E devono anche non essere persone perbene! COMPLIMENTI, COMPLIMENTI VIVISSIMI! E QUESTA PASSAVA PER UN’AZIENDA SERIA!
– OOOOOOOOOOOOOH! SENTI STRONZO! IO NON TI CONOSCO E MI HAI GIA’ ROVINATO LA GIORNATA! E POI,  VUOI  SAPERE LA VERITA’? QUA SIAMO UN’AZIENDA DI PRODOTTI BIOLOGICI CHE DI BIOLOGICO NON HANNO UN CAZZO! SII! NON HANNO UN CAZZO DI BIOLOGICO! IL GRANO LO PRENDIAMO DA CHERNOBYL, IL RISO DALLA CENTRALE DI FUKUSHIMA…
– E i pomodori dalla spazzatura!
– SIII’! SIII’! BRAVO! SIAMO UNA MANICA DI ZOZZI IMBROGLIONI! AH! SI’!  CAPITO? A NOI SERVONO RAGIONIERI RIPUGNANTI! CON GLI OCCHIALINI, LE CRAVATTINE COLOR MERDA, UN’UTILITARIA GRIGIO TOPO, LA MOGLIE CON L’ALITO PESANTE E I BAFFI E SOPRATTUTTO, MA SOPRATTUTTO, SIIII’! DEV’ESSERE DISONESTISSIMO! DEVE FARSI UNA SEGA OGNI VOLTA CHE TRUCCA I BILANCI! OGNI DICHIARAZIONE FASULLA, AD OGNI MENZOGNA SPUDORATA CI DEVE GODERE! AH!
ADESSO TI ALZI E TE NE VAI A FARE IN CULO TU, E LE PERSONE PERBENE COME TE!
– Come me! Eh eh! Maresciallo Bruno Cometa della Guardia di Finanza, grazie per il suo sincero sfogo, mi ha fatto risparmiare un sacco di tempo! Ecco il distintivo, prego, lo osservi attentamente…
– No… nooooo… oddio la prego, mi inginocchio, vede, ecco, non mi rovini maresciallo… io in fondo sono solo un ingranaggio, non comando nulla, non faccio male ad una mosca! sono una persona perbene!
– Ah, non ne dubito… Ma io NO!
– …Nooo? Ma… come no?!
– No! Possiamo aggiustare tutto se lei adesso si cala i pantaloni, si piega a novanta gradi e se lo fa infilare nel culo!
– Ma… veramente…?
– Oh sì, assolutamente. Bisogna solo venirsi incontro, eh eh! Semplice, no?
– Ma… ora, qui? Ma non sono pratico… Lei mi vuole rovinare!
– Ma nooo, cosa dice, suvvia! E’ meglio andare in galera e prenderselo nel culo metaforicamente, o è meglio rimanere a fare il proprio onesto lavoro, e prenderselo nel culo letteralmente?
– E va bene… Ho capito… Chiudo la porta a chiave. La prego, faccia piano almeno… E’ la prima volta…
– Vado un attimo in bagno. Quando torno, la voglio trovare completamente nudo, a novanta gradi. Intesi?
– Va bene…
– ECCOLO, SIGNORI! MI HA DETTO CHE PER DARMI IL POSTO DOVEVO PRIMA METTERGLIELO NEL CULO! SONO DISGUSTATO DALLE MOLESTIE SUBITE! APPENA FUORI DI QUI MI RECHERO’ IMMEDIATAMENTE ALLA STAZIONE DEI CARABINIERI PIU’ VICINA! IO CERTE COSE NON LE FACCIO! SONO UNA PERSONA PERBENE, IO!

Il Figlio di Dio

                                            O onipotente Dio
                                                              quanta èi la tua potencia!
                                                                          De niente assai, e d’assai niente.
                                                                Manificata sia la nomo toa!

                                                                                                            Loise de Rosa, XV sec.

Il tredici di giugno, giorno in cui cadeva il compleanno di mio nonno, oramai passato a miglior vita da un bel po’ di anni, decisi di dare finalmente un’occhiata alla soffitta della sua modesta, ormai decrepita casetta, dove mia nonna non viveva più da un annetto, dopo essere stata derubata da due ragazzi in giacca & cravatta, che al principio si erano generosamente offerti di farle risparmiare molti soldi sulla bolletta del gas.
In mezzo alla polvere, all’odore di muffa, escrementi di non si sa quale bestiola, insetti mai visti, scovai qua e là oggetti incredibili, memorabili. Potrei descrivere lo stupore nell’avere fra le mani un elmetto dell’esercito, non so se italiano o straniero, la curiosità suscitata da un francobollo cecoslovacco o da una banconota polacca  e così via.
Per un attimo ebbi come la sensazione di poter trovare uno scheletro, a rovistare tra quelle cose.
Alcuni acquerelli, che mio padre dava per perduti o regalati “a qualcuno che sicuramente non se li meritava, il nonno era fatto così”, li ritrovai con grande gioia. Il nonno era bravo, con i colori a olio. Un pittore di talento, non un appassionato ma modesto dilettante come me. Però non amava la tecnica da me prediletta, l’acquerello. Qualcuno c’era, realizzato in gioventù, a cavallo fra le due guerre. Ora, finalmente, l’avevo fra le mani.
Le cose belle sono spesso preziose, ma le cose preziose sono sempre belle. Forse.
La sorpresa fra le sorprese fu, però, un quaderno. Ingiallito, pieno di pagine rovinate, strappate, alcune illeggibili. Scritte a mano, con una calligrafia ariosa e fortunatamente comprensibile. Non sono sicuro se l’autore possa essere stato il nonno, per quanto non mi avrebbe stupito affatto. Non c’erano nomi, date o informazioni utili. Ma la storia che ho letto è una delle più belle che mi sia capitato di avere fra le mani.

“A San *******, negli anni lieti della mia giovinezza, viveva Mastro Beniamino, un buon padre di famiglia, dedito al lavoro di bottaio, benvoluto da tutto il contado per il suo buon cuore. Durante i mesi invernali, fino alle soglie della bella stagione, non mancava mai di recarsi all’orfanotrofio di Santa Sofia, ove impartiva preziose nozioni sul suo mestiere, che sovente poteva dirsi arte, alle sfortunate creature che lì vivevano, nella speranza, non di rado vana, di essere accolti in una vera famiglia.
Un bambino, fra gli altri, gracile e taciturno, con il buon bottaio sembrò come fiorire. Pendeva dalle labbra del buon uomo, gli sedeva sempre di fronte o accanto in trepidante attesa di essere chiamato o additato per fare questa o quella operazione. Il mestiere di bottaio gli sembrò una gran cosa, e voleva imparare e farsi ben volere da Mastro Beniamino, che si affezionò facilmente al bambino.
Senonché, un triste giorno, rimasto nella memoria di tutto il paese, il buon Beniamino s’ammalò gravemente, d’uno di quei mali misteriosi che consumano lentamente gli uomini, spesso gli uomini migliori, come se Iddio e Madre Natura volessero vendicarsi di tanta bontà e virtù riassunte da un sol uomo. La famiglia cadde nella disperazione. I dottori non erano certi sui sintomi e sulle cure, e per un po’ anche la loro dottrina fu affidata al Caso. Ma Beniamino, intanto, si spegneva lentamente, mese dopo mese, giorno dopo giorno, ora dopo ora.
L’orfanello si disperò non poco per la malattia del suo maestro. Chiese di potergli fare visita, e sia per le arcigne suore di Santa Sofia, sia per il desiderio del buon Beniamino, il bambino poté stare  finalmente al capezzale del carissimo maestro. Dove, scosso e affranto in una disperazione, se possibile, superiore a quella dei suoi cinque figli, non ci fu verso di muoverlo.
La moglie di Beniamino, seppur dapprincipio restìa, si prese cura dell’orfanello per rispettare la debole eppur ferma volontà del marito.
– Non piangere per me, figliolo, sono in pace con gli uomini e con il Signore… – mormorò Mastro Beniamino, commovendosi, accennando una carezza sul capo dell’orfanello, – mi dispiace solamente non aver avuto del tempo per fare di te un buon bottaio… Ma sono ancora in tempo per fare di te un figlio. E questa sarà la tua casa, il tuo letto, il tuo pane… la tua famiglia -.
Il bambino non smetteva di singhiozzare, tirar su col naso. La figlia maggiore di Beniamino tentava invano di rasserenarlo, la sua disperazione portò alle lacrime tutti gli uomini e le donne che andavano e venivano dalla casa del bottaio.
Don Stefano, in una di quelle penose, grigiamente allestite giornate, s’adoperò nel confortare il bambino non meno che il morituro. Seppur rotto ad ogni triste ufficio, la profondissima prostrazione del bambino non poté non recargli turbamento.
– Santa creatura di Dio, devi essere contento di esser diventato figlio di cotanto padre, in attesa della Resurrezione… –
– Io sto pregando – disse l’orfanello, con gli occhi chiusi e le mani giunte, a capo chino – affinché il Signore Gesù prenda l’anima mia, che non serve a niente, e a nessuno, al posto di quella di papà Beniamino! -.
A queste parole, nessuno resistette, e calde lacrime bagnarono i volti di tutti. Nessuno riuscì a proferir parola, tranne Beniamino, che tra la profonda commozione trovò la forza di sorridere, e disse all’orfanello: – Lascio la mia vita e il mio mestiere a te, sii buon custode e dà sempre una mano a chi è più sfortunato di te, come ho fatto io… per tutta la vita, orfano come te, figlio di Dio, e di nessun altro -.