Qualcosa di nuovo, ogni giorno

Il professor Trinca osservava un suo giovane allievo d’un tempo, un giovane di bell’aspetto con meno di trent’anni, uno dei tanti, seduto di fronte a sé, cercando di nascondere la soddisfazione per quella visita inaspettata. Non riceveva molte visite, negli ultimi tempi. La moglie, i figli, il gatto e i libri, tanti libri subiti e non vissuti, come diceva sempre. Era quello che aveva, era tutto quello che aveva costruito. E poi, l’insegnamento.
– Com’è che ci diceva sempre, professore? Non si dovrebbe mai aver timore d’imparare qualcosa di nuovo ogni giorno. E’ questo che rende l’uomo giusto un pochino più sveglio d’una scimmia – disse il suo allievo, imitando il tono del professore – Questo è e resterà l’unico consiglio che mi preme darvi: non fermatevi mai.
Il professore sorrise e annuì. Guardò qualcosa d’invisibile fuori dalla finestra. Gli venne voglia di un brandy e si accese un sigaro. Il ragazzo rifiutò il sigaro e il brandy, e si accese una sigaretta, non senza un lieve imbarazzo. Il professore lo osservava, quasi con una nostalgica aria di bonario rimprovero. Le nuvole di fumo del sigaro e della sigaretta si incontrarono a mezz’aria. Al professore piacevano i sigari e il brandy ma non fumava e beveva spesso. Non lo faceva da un bel po’, almeno. Erano molte le cose che non faceva da un bel po’.
– Hai seguito il mio consiglio? – chiese il professore.
– Credo di sì.
Continuarono a parlare di molte cose. Passò un’ora, poi un’altra. Non se ne resero conto. Erano le sette di sera di un marzo indecifrabile e si fece buio. Il ragazzo voleva salutare il professore, sperando di non essere stato troppo invadente, e banale. Aveva conservato una certa soggezione, a distanza di una dozzina d’anni.
– Ma dimmi, Alberto – disse il professore, alzandosi dalla poltrona – com’è finita poi con… Bea, Beatrice, giusto?
Il ragazzo si alzò e abbassò lo sguardo.
– Beatrice, sì. Beh, è finita – disse il ragazzo, con un sorriso triste.
– Racconta, via! Eravate fatti l’uno per l’altra. Eravate, come posso dire,  complementari. Mi verso un altro goccio di brandy. E’ buono, ogni tanto.
Il ragazzo sospirò, si grattò la fronte e si passò entrambe le mani fra i capelli. Attese qualche secondo prima di rispondere. Il professore si rese conto immediatamente, ma già troppo tardi,  di aver toccato un argomento temuto. O addirittura sperato, in un certo senso. Si versò un altro po’ di brandy e si sedette lentamente sulla poltrona.
– Professore, io pensavo a Bea ogni giorno, ogni notte. Scrivevo di lei, cantavo per lei, disegnavo lei. Sempre. Sin dal primo istante del primo giorno di scuola. Avevamo da poco quattordici anni! Mi sono preso molte prese in giro. Ma ne valeva la pena. Io lo sapevo che ne valesse la pena. Il semplice pensiero di rivederla il giorno dopo mi faceva svegliare col sorriso. E al contempo con un senso di angoscia così profondo, e così inspiegabile, da paralizzarmi al minimo screzio, al minimo disaccordo. Quando ci siamo diplomati, lei partì con alcuni del nostro gruppo. Io no, perché non potevo permettermelo. Lei partì lo stesso. Era cambiata molto, negli anni. Era diventata una donna molto in fretta – il ragazzo tornò a sedersi.
– Sì… – disse il professore, con un improvviso lampo negli occhi, – era mooolto matura per la sua età.
– Eh, sì. Troppo, professore -, disse il ragazzo. Si accese una sigaretta. Dopo qualche istante, poggiò la testa all’indietro, allungandosi sulla poltrona, guardando il soffitto e aspirando avidamente.
– Se non ritieni sia il caso di parlarne oltre, stai tranquillo, Alberto – disse il professore, temendo però che quella storia interessante non potesse proseguire.
– Ti confesso però che pensavo sareste rimasti sempre insieme, voi due. Un vero peccato – disse il professore, versandosi dell’altro brandy.
– No, professore, anzi, probabilmente mi è d’aiuto parlarne con lei. Da quella partenza non ci siamo più rivisti, io e lei. Né sentiti. Mai più. Mai più. Ma giusto l’altro ieri io l’ho rivista. Dopo dieci anni. Non mi ha neppure riconosciuto, ed eravamo a pochi centimetri, in un negozio di abbigliamento. E’ esattamente uguale a prima, sembra persino più giovane, e bella. Bellissima… Ha solo accorciato i capelli.
– E poi? – chiese il professore, che si era versato ancora un altro bel po’ di brandy e si era avvicinato al ragazzo con la poltrona, tendendosi in avanti, con i gomiti sulle ginocchia.
– E poi? Niente. Non mi ha riconosciuto, cos’avrei potuto dire? Cos’avrei potuto fare? Ho pensato ai primi anni, bellissimi, indimenticabili anni con lei, da ragazzini. Poi a quelli terribili senza di lei. Sono scappato fuori dal negozio con un qualcosa in mano, tanto che si è messo a suonare l’allarme. Mi sono sentito a metà tra un idiota e un verme, e per poco non chiamavano la polizia. Avrei tanto voluto dire perché ero scappato via in quel modo. Lei mi aveva guardato appena, dopo aver sentito l’allarme. E non mi aveva riconosciuto. Ma com’è possibile? Professore, com’è possibile che a distanza di dieci anni, solo per un po’ di barba e qualche chilo in meno, non mi abbia riconosciuto?
– E’ perché non ti ha visto. O ha finto di non riconoscerti. Semplice. Porco…
– Non è possibile. Io sono sicuro che non mi ha riconosciuto. Ma è una cosa assurda, oscena!
– Albertino, Albertino… – disse il professore, un po’ rosso in volto, con una strana smorfia che tentava di diventare un sorriso – tu avevi tanti pregi da alunno, ma noto che hai tutt’ora la testa un po’ fra le nuvole, e tendi ad idealizzare le persone, le situazioni. Non si fa! Adesso hai quasi trent’anni. E’ tempo di voltare pagina. Prima mi hai detto che non ti eri fermato. Devo pensare che sia una bugia? Eh eh eh! Non si dicono le bugie! Le dice solo il demonio, le boo-gie! La vita continua! Anche se è un cavallo cieco, la vita. Ti sei fermato, Alberto? La vita è una mer-da.
Il ragazzo era troppo nervoso e non aveva notato nulla di strano nel professore.
– Non mi sono fermato, professore. Ho voltato pagina molte volte, in vita mia. Senza una madre, senza soldi, senza prospettive… Avevo lei, però. I miei anni più belli, e poi… dieci anni di… di niente.
– Di niente… – balbettò il professore, con gli occhi chiusi. Si versò un altro brandy, lo buttò giù tutto d’un fiato e poi buttò fuori di casa Alberto, il suo giovane alunno dei bei tempi andati.

Titoli di corda

Fine dell’anno, tempo di recriminazioni, rimorsi e sospiri di sollievo? Non sia mai! Non bisognerebbe mai guardare a se stessi, ma solo impicciarsi dei fatti altrui, possibilmente tenendosi a distanza di insicurezza.

È stato un anno duro, si dice. Oltre alla “terza guerra mondiale” a macchia di leopardo (dividi et disintegra), per definizione francescana, ovvero papale, c’è stato molto altro. Migranti affogati nel Mediterraneo, attentati sconvolgenti, Trump presidente degli Stati Uniti, Bob Dylan premio Nobel della Letteratura, la post-verità, i terremoti, la povertà, le epidemie, le crisi monetarie… Orbene, non è stato tutto a tinte fosche, è giusto dirlo subito: c’è stato anche tanto orrore, in salsa di follia, su un letto di nichilismo. Talmente tanto, ma talmente tanto, che non è il caso di continuare a scrivere.

Buon 2017. Sarà di sicuro migliore di tutto questo. Salvo imprevisti. 

Il Bene senza il Male

Signore e Signori, io questa sera vorrei dimostrarvi di come sia facile fare del male e come invece sia difficile fare del bene. Facciamo finta che lo spettacolo sia già terminato, o debba ancora iniziare. Siamo delle persone che si ritrovano in questo posto per caso, come su un treno.
Immaginate la vostra reazione, se io, ad esempio, ora, qui, davanti ai vostri occhi, prendessi questa penna e la conficcassi nel petto di questo signore in prima fila, o nello stomaco di questa bella signora qui.
No, rimanete tranquilli, è solo un po’ di solletico alla vostra immaginazione!
Una pazzia, certamente. Subito qualcuno di voi, tra le urla, avrebbe il coraggio di fermarmi, buttarmi a terra, immobilizzandomi; qualcun altro scapperebbe via di corsa; altri, lievemente in disparte, né coraggiosi né codardi, discuterebbero su chi sia più giusto contattare per primo tra la pubblica sicurezza o l’ospedale, magari specificando di portare con sé una camicia di forza o un fucile, con quei sedativi che avete visto qualche volta in TV, mentre vi gustavate un documentario sulla bellezza degli orsi bruni.
Sarebbe semplicissimo fare del male, e di tale impresa ne parlerebbero giornali, internet, magari non solo locali.

Dunque, ora immaginate, con la stessa forza, che io invece sia improvvisamente propenso a fare del bene. Cosa dovrei fare? Beh! Potrei rivolgere, con un tono di voce confidenziale e un’espressione evidentemente seria, con grande serenità, un complimento a quest’altro bel signore con la barba, apprezzandone il portamento, o lo sguardo, o la cura con cui ha abbinato la cravatta alla camicia.  Suonerebbe un po’ bizzarro, per alcuni passeggeri lusinghiero o magari canzonatorio, seppur ben mascherato dalla gravità di cui prima; qualcuno, forse più malizioso, penserebbe addirittura che stia facendo delle avances in modo spudorato. Il signore si troverebbe a disagio e penserebbe, anche in questo caso, ad un originale, o direttamente ad un maniaco.
Ecco, pensateci: non è facile rivolgere dei complimenti sinceri al prossimo, che magari tanto ci farebbero piacere, nel riceverli, soprattutto se l’autore di questi complimenti è riuscito a colpirci in un punto che, inconfessabilmente, noi sappiamo essere uno dei nostri punti forti. Noi, diciamolo pure, abituati a vivere, più o meno, nell’indifferenza generale, in attesa che qualcuno noti un nostro talento, o i nostri bei capelli, o la nostra cultura generale o la nostra bella automobile…
Proseguiamo con il nostro studio empirico. Ora tenterei di fare del bene in un altro modo: mi chino in avanti col busto e do un bacio in fronte a questa bella ragazza. Come ti chiami?
Lei rimarrebbe sconcertata, si divincolerebbe, cercherebbe l’aiuto di voialtri passeggeri, che dormite, o guardate dal finestrino, o ascoltate musica, con gli occhi bassi, per paura che qualcuno possa incrociare i suoi occhi con i vostri. Con i tempi che viviamo, non si sa mai, eh?
Eppure, un bacio di per sé non è affatto un gesto cattivo, tutt’altro. Ma sarebbe una violenza darlo ad una sconosciuta, così, all’improvviso. Magari un’altra non se ne meraviglierebbe affatto e, avendomi adocchiato poco prima, sarei potuto essere il suo tipo, e dopo lo stupore iniziale potrebbe ricambiare questo gesto affettuoso. Però, non ci siamo: questo tipo di bene è ancora soggetto alle opinioni e alle circostanze.
A differenza del male, ne converrete.
Non si può conficcare una penna nello stomaco o in un occhio di qualcuno, nemmeno scagliandosi contro un essere spregevole, un farabutto, una persona verso cui nutriamo odio e ripugnanza. Se qualcuno, tra voi, rispondesse: – Io lo farei eccome! – altro non sarebbe che una puntuale conferma del fatto che… E’ molto, troppo semplice, fare del male.

Ma continuiamo. Passiamo allo sterco del demonio, al danaro.
Se io prendessi una banconota da cinquanta euro, e ne facessi dono ad un viaggiatore qualsiasi accanto a me, senza assumere quell’espressione di superiorità malcelata del ricco che dona al povero, ma solo perché mi va di fare del bene, perché sento che quella persona potrebbe avere bisogno di quattrini più di quanto ne abbia bisogno io, forse perché mi sembra vestita modestamente, o perché ha un’aria pensosa, corrucciata, preoccupata; in una parola: infelice. Ecco, non farei del bene, secondo voi? Non ho quindi trovato un metodo per fare del bene senza che nessuno ci trovi da ridire? Insomma, oltre le opinioni e le circostanze? Sì, vi anticipo: il beneficiato di tale atto di generosità potrebbe rimanere a bocca aperta, non capire, balbettare. Penserebbe ad uno scherzo di cattivo gusto, o di trovarsi, ça va sans dire, al cospetto di un matto, non conoscendo, presumibilmente, quella bella parola: filantropia. Amore per prossimo, per l’altrui benessere. Non male…
E’ chiaro che la Necessità, la vera schiavitù degli uomini dalla notte dei tempi, probabilmente porterebbe quell’uomo a non farsi troppe domande, a dire grazie e magari… cambiare vagone, ché non si sa mai…
Permettetemi una battuta! Il nostro resta un discorso molto, molto serio.
Ma allora possiamo concludere che, per fare del bene, bisogna dare dei soldi a degli sconosciuti? E l’amicizia sincera, l’amore, la fedeltà, l’abnegazione, l’altruismo?
Sarete d’accordo che, in un treno con degli sconosciuti, è un pochino difficile dimostrare amicizia, amore, fedeltà eccetera. Anche opinioni e circostanze rendono queste belle parole assolutamente fuori luogo. Non viaggiano sul nostro treno.
Insomma, quando all’inizio vi ho anticipato che fare del male è molto più semplice che fare del bene, era la dura, pura, banale verità?
Sì!
Eh sì! Vi sembrerà troppo semplice, e imperfetto, e cinico, il nostro esempio,  care signore e cari signori, ma è proprio così.
Ora non siete più gli immaginari passeggeri di un treno che non va da nessuna parte.
Ritorniamo tra noi. Scendiamo dal treno.
Se mi concedete che l’unica verità immacolata della nostra esistenza consista nel fatto che anche la verità è un concetto soggetto alle opinioni e alle circostanze, io credo che nell’adoperarsi a fare del bene puro ci sia, o meglio, occorra, molta più follia che nell’adoperarsi a fare del male.
Fare del bene comporta un superamento di se stessi, richiede uno sforzo quasi sovrumano, una volontà alla base, e non come mezzo o fine.  Un qualcosa che viene prima di religioni, morale, etica, buonsenso, prassi, ipocrisia e quant’altro, oltre le opinioni e le circostanze, qualcosa che ha a che fare con l’Essenza. Quanto è difficile essere buoni amici, buoni compagni di vita, buoni cittadini e quant’altro? Eppure, quella voce dentro di noi, che ciascuno possiede, anche chi ne sembra totalmente sprovvisto, quel sussurro che sgorga dal nostro animo, che ora ci ammonisce e ora ci conforta, come se ci governasse senza farsi notare in superficie, cos’è? La nostra Coscienza? Un atomo instillato da un Dio che, legandosi a tutta la materia, al Caso, o al Destino o a chissà cosa, ci dà la forma, la forza, ovvero la Vita?
Allora voglio, oso dire questo: che il Bene è la Vita, è l’enorme, inesprimibile forza generatrice alla base dell’esistenza umana, e se vi sembra un’affermazione scontata, ve ne aggiungo un’altra meno ovvia: il Male è solo una miserabile, sconcertante nella sua pochezza, nella sua facilità, nel suo essere bestialmente consolatoria, scoria del Bene.

Sì: il Male è una scoria del Bene, che presto o tardi riuscirà a liberarsi da tutte le imperfezioni, le erbacce, i chiaroscuri; per dare, un giorno lontano, ai confini dell’infinito, il più bel frutto mai concepito.

Il Nobel Sotterraneo dei Buffi Misteriosi

Mi sono svegliato più tardi del solito, dopo una notte-mattina passata a leggere Justine o le disavventure della virtù, vedere video divertenti e altre cose che già ho dimenticato. Tutte cose importanti, comunque.
Mia mamma, mentre mi porta il caffè, mi annunzia che Dario Fo se n’è andato. Non in cielo, lui non ci credeva molto, al cielo. Probabilmente però credeva nella santità di alcuni uomini. Nella follia, nella satira, nella protesta, nella libertà di pensiero. Nella moglie Franca Rame, sessant’anni l’uno per l’altra, senza pareti divisorie, erano una cosa sola, dal ’52 al 2013, quando lei lo ha salutato per l’ultima volta, facendogli uno scherzo, a lasciarlo solo, a fregarlo sul tempo. Ma chi può dirlo, che non si rivedranno, da qualche parte? L’altro protagonista di questo giovedì 13 ottobre 2016 avrebbe sentenziato: just remember, the death is not the end. Ma procediamo con ordine.
Mi ha dispiaciuto molto la dipartita del novantenne Dario Fo, di Sangiano, Milano, 24 marzo 1926,  premio Nobel della Letteratura nel 1997, attore portentoso – aggettivo calzante, basta vederne qualche video, anche da anzianissimo lucidissimo con gli occhi vivissimi -, persona di spirito e cultura, amore e generosità e qualche abbaglio sparso per la propria lunga e gloriosa e attiva vita.
Mentre scrivo sto ascoltando Blonde on Blonde di Bob Dylan, il primo album doppio della storia del Rock, uscito nel 1966. Uno dei miei dischi preferiti in assoluto.
In questi giorni Dario Fo mi era tornato in mente, pensando a qualcosa da scrivere a livello teatrale. Un po’ di sana messinscena divertente e arguta. E brillante.
Lui è stato presente nella mia vita sin da quando iniziai il liceo e iniziai ad ascoltare Mr. Dylan, un po’ per caso, un po’ perché entrambi mi sembravano personaggi interessanti, che avevano qualcosa da offrirmi, e io ero curioso e capii di essere al cospetto di persone di spessore e artisti ricchi, profondi, veri. Tra il 2000 e il 2001, con Berlusconi di nuovo al potere, la morte di Indro Montanelli (sì, leggevo con grande interesse da un paio d’anni la sua Stanza nel Corriere della Sera, e me la ricordo così bianca, triste e vuota, il giorno dopo la sua morte), il disastroso G8 di Genova, con scontri tra pazzoidi provenienti da tutto il mondo, una polizia neo-fascista e Carlo Giuliani morto a terra, con l’estintore anch’esso inanimato… E poi, l’Evento degli Eventi: l’Undici Settembre, 9/11 per gli americani. Uno spartiacque, altro che fine della Storia. In quel clima crescevo e cominciavo ad avere un sacco di idee e di passioni e idiosincrasie (soprattutto), che data la mia cautela e il mio senso della misura ho sempre soppesato senza farmi mai travolgere o prendere in giro oltremodo. Lungimiranza.
Come sotto la voce “lungimiranza” va posta la scelta di aver cercato e trovato buoni punti di partenza, con il teatro di Dario Fo e la musica di Bob Dylan. Dopo una quindicina d’anni, nello stesso giorno, dopo un’ora dall’aver appreso della morte di uno, nei titoli che scorrono in tv sulle immagini del maestro italiano, scopro che Robert Allen Zimmerman, in arte (e poi legalmente) Bob Dylan, Duluth, Minnesota, Stati Uniti, 19 maggio 1941 – ha ricevuto il Premio Nobel della Letteratura “per aver creato, nel quadro della grande musica americana, un nuovo modo di espressione poetica”, ecco le parole della commissione.
Mi sono sentito, lo confesso, come se una piccola parte del premio andasse anche a me. Da quando mi capitò di avere fra le mani Highway 61 Revisited, compact disc allegato al settimanale L’Espresso, a quattordici anni, nel periodo delle Olimpiadi di Sidney, non ho mai smesso di ascoltarlo, di averlo come punto di riferimento e riscontro, come una sorta di testimone-amico immaginario della mia vita. In pochi anni posso dire di essere diventato un suo appassionato e informato cultore (ma non a-critico, ah no: Saved è il peggior album di tutti i tempi!) e ha avuto un’influenza enorme sulla mia formazione e sul mio carattere, sì, come credo sia capitato a milioni di persone in tante parti del mondo, dal 1962 ad oggi. Da The last thoughts of Woody Guthrie alle canzoni di Sinatra reinterpretate alla Bob. Parliamo di una figura piccola piccola ed enorme, spropositata, con un’eco che raggiunge latitudine omeriche, disse profeticamente un grande autore italiano cotto di Bob, Francesco De Gregori.
Dario Fo mi fece capire che si deve dire la verità e lo si può fare senza timori per il Potere e ridendo con la bocca spalancata. Una rivelazione. Così come Bob mi rivelò che in pochi minuti di chitarra, voce, armonica e misteriosi versi si può dire e dare tutto. Poesia, ovvero magia (Like a Rolling Stone), malìa (Desolation Row), protesta (“tutte!”), ira funesta (Masters of War), profonda indignazione (The Lonesome Death of Hattie Carroll), amore (tante) e altre cose che ci coinvolgono e ci toccano durante il corso della nostra vita: fede, speranza, carità, cocomeri, separazioni sanguinose, bei-tempi-andati, sperimentazioni, recriminazioni, alterazioni sensoriali, burlesque…
Bob Dylan è stato un’enciclopedia tascabile, dal cuore alla mente, dagli occhi alle mani e alle orecchie. My back pages è la canzone che ogni giovane dovrebbe conoscere e cantare a squarciagola. E magari, subito dopo, vedere uno spettacolo di Dario Fo. Entrambi hanno un che di eterno. Non tutta la loro opera è stata strettamente correlata alla realtà storica intorno, ma si è spinta oltre, nei secoli dei secoli. E rimarrà. L’ Arte non teme la morte, né i Premi Nobel.

(Mentre concludo, ascolto John Wesley Harding, l’album del 1968, quello dopo l’incidente sulla Triumph Bonneville, che per poco non gli evitava il Nobel, a Bob… Dopo vedrò un’ultima battuta di Dario Fo e andrò a dormire, sperando che mia nonna non debba operarsi di nuovo all’anca. La vita è fatta essenzialmente di musica, teatro, e operazioni all’anca. Nient’altro. Ah, e metafore, certo.
Com’è bello ascoltare un album dall’inizio alla fine, senza interruzioni!).

Una persona perbene

Io, devo ammetterlo, sono proprio una persona perbene!
Sì, sì, ve lo garantisco! Potrei dichiararlo apertamente anche nel mio curriculum!
“SONO UNA PERSONA PERBENE – c’è scritto – COS’ALTRO POTREI AGGIUNGERE?”
Beh, dovrei dire inoltre che possiedo un certo senso dell’umorismo.
Proprio l’altro ieri, per… lavoro, ero… ad un colloquio di lavoro, e l’impiegato mi fa: “Mi scusi, lei dice di essere una persona perbene… ma a noi serve uno che sappia fare i conti. Lei è pratico di contabilità, partita iva ecc?
– No! – ho risposto.
– Beh, allora lei non fa al caso nostro, ci dispiace.
– Ma come?! non vi serve avere in azienda una persona perbene?
– Veramente no, ci serve un ragioniere.
– Ah! Perché, un ragioniere secondo lei non può essere una persona perbene?
– Sì sì, per carità… volevo dire che a noi serve un bravo ragioniere…
– INDIPENDENTEMENTE DAL FATTO CHE SIA OPPURE NO UN PERSONA PERBENE! Ho capito il suo gioco, caro mio!
– Ma non è così!  intendevo dire che…
– CHE ALLA VOSTRA AZIENDA NON INTERESSA DARE LAVORO AD UNA PERSONA PERBENE! L’IMPORTANTE E’ CHE SAPPIA FARE IL RAGIONIERE! EH!
– Ma no, ma no, ma cosa dice… ci interessa un bravo ragioniere che sia anche una persona perbene.
No! Orrore! Ho capito bene cosa mi ha appena detto? “ANCHE UNA PERSONA PERBENE”? Si vergogni! Dovrebbe dire: in-nan-zi-tut-to! Mi meraviglio di lei! Ah!
– Ma cosa dice! E poi, chi la conosce! Mi meraviglio di lei… Ma vedi stamattina cosa mi doveva capitare… la prego, se ne vada! Lei è un pazzo!
– AH! AH! Peggioriamo la situazione! Adesso i pazzi non possono fare i ragionieri! E devono anche non essere persone perbene! COMPLIMENTI, COMPLIMENTI VIVISSIMI! E QUESTA PASSAVA PER UN’AZIENDA SERIA!
– OOOOOOOOOOOOOH! SENTI STRONZO! IO NON TI CONOSCO E MI HAI GIA’ ROVINATO LA GIORNATA! E POI,  VUOI  SAPERE LA VERITA’? QUA SIAMO UN’AZIENDA DI PRODOTTI BIOLOGICI CHE DI BIOLOGICO NON HANNO UN CAZZO! SII! NON HANNO UN CAZZO DI BIOLOGICO! IL GRANO LO PRENDIAMO DA CHERNOBYL, IL RISO DALLA CENTRALE DI FUKUSHIMA…
– E i pomodori dalla spazzatura!
– SIII’! SIII’! BRAVO! SIAMO UNA MANICA DI ZOZZI IMBROGLIONI! AH! SI’!  CAPITO? A NOI SERVONO RAGIONIERI RIPUGNANTI! CON GLI OCCHIALINI, LE CRAVATTINE COLOR MERDA, UN’UTILITARIA GRIGIO TOPO, LA MOGLIE CON L’ALITO PESANTE E I BAFFI E SOPRATTUTTO, MA SOPRATTUTTO, SIIII’! DEV’ESSERE DISONESTISSIMO! DEVE FARSI UNA SEGA OGNI VOLTA CHE TRUCCA I BILANCI! OGNI DICHIARAZIONE FASULLA, AD OGNI MENZOGNA SPUDORATA CI DEVE GODERE! AH!
ADESSO TI ALZI E TE NE VAI A FARE IN CULO TU, E LE PERSONE PERBENE COME TE!
– Come me! Eh eh! Maresciallo Bruno Cometa della Guardia di Finanza, grazie per il suo sincero sfogo, mi ha fatto risparmiare un sacco di tempo! Ecco il distintivo, prego, lo osservi attentamente…
– No… nooooo… oddio la prego, mi inginocchio, vede, ecco, non mi rovini maresciallo… io in fondo sono solo un ingranaggio, non comando nulla, non faccio male ad una mosca! sono una persona perbene!
– Ah, non ne dubito… Ma io NO!
– …Nooo? Ma… come no?!
– No! Possiamo aggiustare tutto se lei adesso si cala i pantaloni, si piega a novanta gradi e se lo fa infilare nel culo!
– Ma… veramente…?
– Oh sì, assolutamente. Bisogna solo venirsi incontro, eh eh! Semplice, no?
– Ma… ora, qui? Ma non sono pratico… Lei mi vuole rovinare!
– Ma nooo, cosa dice, suvvia! E’ meglio andare in galera e prenderselo nel culo metaforicamente, o è meglio rimanere a fare il proprio onesto lavoro, e prenderselo nel culo letteralmente?
– E va bene… Ho capito… Chiudo la porta a chiave. La prego, faccia piano almeno… E’ la prima volta…
– Vado un attimo in bagno. Quando torno, la voglio trovare completamente nudo, a novanta gradi. Intesi?
– Va bene…
– ECCOLO, SIGNORI! MI HA DETTO CHE PER DARMI IL POSTO DOVEVO PRIMA METTERGLIELO NEL CULO! SONO DISGUSTATO DALLE MOLESTIE SUBITE! APPENA FUORI DI QUI MI RECHERO’ IMMEDIATAMENTE ALLA STAZIONE DEI CARABINIERI PIU’ VICINA! IO CERTE COSE NON LE FACCIO! SONO UNA PERSONA PERBENE, IO!

Il Figlio di Dio

                                            O onipotente Dio
                                                              quanta èi la tua potencia!
                                                                          De niente assai, e d’assai niente.
                                                                Manificata sia la nomo toa!

                                                                                                            Loise de Rosa, XV sec.

Il tredici di giugno, giorno in cui cadeva il compleanno di mio nonno, oramai passato a miglior vita da un bel po’ di anni, decisi di dare finalmente un’occhiata alla soffitta della sua modesta, ormai decrepita casetta, dove mia nonna non viveva più da un annetto, dopo essere stata derubata da due ragazzi in giacca & cravatta, che al principio si erano generosamente offerti di farle risparmiare molti soldi sulla bolletta del gas.
In mezzo alla polvere, all’odore di muffa, escrementi di non si sa quale bestiola, insetti mai visti, scovai qua e là oggetti incredibili, memorabili. Potrei descrivere lo stupore nell’avere fra le mani un elmetto dell’esercito, non so se italiano o straniero, la curiosità suscitata da un francobollo cecoslovacco o da una banconota polacca  e così via.
Per un attimo ebbi come la sensazione di poter trovare uno scheletro, a rovistare tra quelle cose.
Alcuni acquerelli, che mio padre dava per perduti o regalati “a qualcuno che sicuramente non se li meritava, il nonno era fatto così”, li ritrovai con grande gioia. Il nonno era bravo, con i colori a olio. Un pittore di talento, non un appassionato ma modesto dilettante come me. Però non amava la tecnica da me prediletta, l’acquerello. Qualcuno c’era, realizzato in gioventù, a cavallo fra le due guerre. Ora, finalmente, l’avevo fra le mani.
Le cose belle sono spesso preziose, ma le cose preziose sono sempre belle. Forse.
La sorpresa fra le sorprese fu, però, un quaderno. Ingiallito, pieno di pagine rovinate, strappate, alcune illeggibili. Scritte a mano, con una calligrafia ariosa e fortunatamente comprensibile. Non sono sicuro se l’autore possa essere stato il nonno, per quanto non mi avrebbe stupito affatto. Non c’erano nomi, date o informazioni utili. Ma la storia che ho letto è una delle più belle che mi sia capitato di avere fra le mani.

“A San *******, negli anni lieti della mia giovinezza, viveva Mastro Beniamino, un buon padre di famiglia, dedito al lavoro di bottaio, benvoluto da tutto il contado per il suo buon cuore. Durante i mesi invernali, fino alle soglie della bella stagione, non mancava mai di recarsi all’orfanotrofio di Santa Sofia, ove impartiva preziose nozioni sul suo mestiere, che sovente poteva dirsi arte, alle sfortunate creature che lì vivevano, nella speranza, non di rado vana, di essere accolti in una vera famiglia.
Un bambino, fra gli altri, gracile e taciturno, con il buon bottaio sembrò come fiorire. Pendeva dalle labbra del buon uomo, gli sedeva sempre di fronte o accanto in trepidante attesa di essere chiamato o additato per fare questa o quella operazione. Il mestiere di bottaio gli sembrò una gran cosa, e voleva imparare e farsi ben volere da Mastro Beniamino, che si affezionò facilmente al bambino.
Senonché, un triste giorno, rimasto nella memoria di tutto il paese, il buon Beniamino s’ammalò gravemente, d’uno di quei mali misteriosi che consumano lentamente gli uomini, spesso gli uomini migliori, come se Iddio e Madre Natura volessero vendicarsi di tanta bontà e virtù riassunte da un sol uomo. La famiglia cadde nella disperazione. I dottori non erano certi sui sintomi e sulle cure, e per un po’ anche la loro dottrina fu affidata al Caso. Ma Beniamino, intanto, si spegneva lentamente, mese dopo mese, giorno dopo giorno, ora dopo ora.
L’orfanello si disperò non poco per la malattia del suo maestro. Chiese di potergli fare visita, e sia per le arcigne suore di Santa Sofia, sia per il desiderio del buon Beniamino, il bambino poté stare  finalmente al capezzale del carissimo maestro. Dove, scosso e affranto in una disperazione, se possibile, superiore a quella dei suoi cinque figli, non ci fu verso di muoverlo.
La moglie di Beniamino, seppur dapprincipio restìa, si prese cura dell’orfanello per rispettare la debole eppur ferma volontà del marito.
– Non piangere per me, figliolo, sono in pace con gli uomini e con il Signore… – mormorò Mastro Beniamino, commovendosi, accennando una carezza sul capo dell’orfanello, – mi dispiace solamente non aver avuto del tempo per fare di te un buon bottaio… Ma sono ancora in tempo per fare di te un figlio. E questa sarà la tua casa, il tuo letto, il tuo pane… la tua famiglia -.
Il bambino non smetteva di singhiozzare, tirar su col naso. La figlia maggiore di Beniamino tentava invano di rasserenarlo, la sua disperazione portò alle lacrime tutti gli uomini e le donne che andavano e venivano dalla casa del bottaio.
Don Stefano, in una di quelle penose, grigiamente allestite giornate, s’adoperò nel confortare il bambino non meno che il morituro. Seppur rotto ad ogni triste ufficio, la profondissima prostrazione del bambino non poté non recargli turbamento.
– Santa creatura di Dio, devi essere contento di esser diventato figlio di cotanto padre, in attesa della Resurrezione… –
– Io sto pregando – disse l’orfanello, con gli occhi chiusi e le mani giunte, a capo chino – affinché il Signore Gesù prenda l’anima mia, che non serve a niente, e a nessuno, al posto di quella di papà Beniamino! -.
A queste parole, nessuno resistette, e calde lacrime bagnarono i volti di tutti. Nessuno riuscì a proferir parola, tranne Beniamino, che tra la profonda commozione trovò la forza di sorridere, e disse all’orfanello: – Lascio la mia vita e il mio mestiere a te, sii buon custode e dà sempre una mano a chi è più sfortunato di te, come ho fatto io… per tutta la vita, orfano come te, figlio di Dio, e di nessun altro -. 

 

Dossografia

Mentre pulivo canticchiando qualche colonna sonora di qualche vecchio film con della carta grigiastra varie mensole di uno sgangherato ma orgoglioso scaffale temporaneamente smontato, un vecchietto si è fermato ad osservarmi all’ingresso del negozio. Piccolo, curvo, lento nei movimenti. Lo conoscevo da quando ero un bambino. Un lavoratore, un povero , umile ometto che faceva tenerezza, con i tanti capelli non del tutto bianchi che dalla fronte andavano all’indietro, sotto un cappello strano, vestito in maniera semplice. In passato i suoi capelli gli davano una decina di centimetri in più, lo si notava per quello. E per uno strambo colbacco alla russa, preso chissà dove, e come… Sempre in mezzo alla strada principale del paese senza scopo, parte del paesaggio urbano con i vecchi palazzi malmessi, gli alberi, le panchine, i marciapiedi… in un pensionamento dilatato, vera morte apparente, arrivata probabilmente troppo presto o tardi.
Non avevo mai sentito la sua voce. Certe persone non parlano perché hanno paura di dire qualcosa di sbagliato, o di non avere nulla da dire, o da condividere, o spesso perché non sanno chi hanno di fronte. Io sto sempre per i fatti miei, mai indifferente e mai veramente socievole, timido e curioso, in perenne contemplazione di tutto e niente. Forse la mia stazza e il mio fare incerto contrastano e provocano più timore che curiosità, chissà. Ho un’aria grave quando sono allegro, e quando sono nervoso, semplicemente, non mi si vede in giro. Chi osserva e vede e sente è complicato, il che non vuol dire che sia profondo o abbia acume, ma resta quel senso di inquietudine nell’aura come fosse un ronzio nelle orecchie.
Stavolta il vecchietto mi ha riconosciuto. L’ho salutato con un sorriso, come faccio sempre con le persone che mi stanno simpatiche, specialmente senza un motivo valido. Così, sensazione. L’istinto degli esseri umani è sottovalutato dagli esseri umani più istintivi; io, soggetto alquanto riflessivo, invece, ne tengo conto costantemente.
Mentre andavo da casa mia al negozio di mio zio per dargli una mano a portare un bel po’ di cose da una parte all’altra della strada, in un nuovo locale più ampio, perfetto per ospitare vernici, chiodi, stucchi, tende, pennelli, sacchi di calce, cornici, eccetera, il vecchietto mi ha sorriso, ha fatto un cenno con la testa e ha detto:
– Vai a prendere servizio? Eh eh… –
– Eh sì – ho risposto, sorridendo.
Dopo poco è venuto dove lavoravo canticchiando. Ho sentito meglio la sua voce, quando mi ha detto buon lavoro! e se n’è andato. Una voce tremolante, di chi non è abituato a parlare molto. Chissà la moglie, se è viva. Mi pare di ricordare che non ha figli. Forse è solo, è sempre stato solo, tra un lavoro e uno sfruttamento, un licenziamento e un guaio. Ma chi lo sa, mi chiedo ogni tanto, dove questa gente vada a finire, un giorno. Dopo la morte, intendo. Ci dev’essere una zona dedicata a loro, in un non-luogo qualsiasi. Gente d’un tempo, venuta su dalla guerra in miseria e ignoranza, puntualmente ignorata da ricerche di mercato, statistiche e persino da romanzieri e cineasti, che anche se dotati di rara sensibilità vanno a pescare sempre l’inconsueto, l’originale, la Grande Storia nella Piccola Vita della Commedia Umana.
Continuerò ad aiutare mio zio, che tra l’altro mi paga.  A fine giornata, in un maggio incostante, di tanti altri maggi, stanco, impolverato e pensoso, senza fumare da quattro ore, immagino quando in futuro tornerò a questi giorni e a quest’ometto, a questa figura a cui vorresti donare un po’ del tuo vigore, della tua rabbia, delle tue conoscenze, dei tuoi slanci, trascurando, con presunzione e arroganza, che, forse, in un tempo lontano, anche quel povero vecchietto non era poi tanto diverso da me, da tutti.